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Feudi e Comuni
Cessate, dunque, le incursioni ungariche, l'Italia e il Friuli si
riprendono e si rinnovano.
Le città, mai spente, si riorganizzano e una nuova sistemazione
del territorio si realizza. Aumentano e si rifondano i villaggi, cresce
la popolazione, si espande l'agricoltura.
Si lavorano i tessili (lana, lino, canapa, cotone) ed i metalli, tra i
quali il ferro è indispensabile per gli attrezzi agricoli. L'attività
produce reddito e il reddito concorre alla formazione di mercati.
Ne conseguono commerci, i cui itinerari prediligono le vie fluviali e
marine per owi motivi di economicità, ma nuove vie terrestri di
importanza locale si affiancano alle grandi consolari tuttora funzionanti.
Il territorio concordiese, che il documento dell'802 collocava tra Tagliamento
e Livenza e ne indicava l'estensione «dalle loro fonti fino
al mare», è saldamente in mano alla feudalità castellana,
analogamente a quanto avviene nel resto del Friuli, nominalmente sotto
la bandiera patriarcale. Il suo vescovo, per le terre, i castelli ed i
villaggi di cui è temporalmente signore, tiene annualmente un «placito»,
un tribunale ove lui stesso, o preferibilmente il suo «avvocato»,
almeno fino al XIV-XV secolo, amministra la giustizia.
Anche i castellani hanno i loro tribunali per le proprietà od i
feudi di loro spettanza, ma la giurisdizione non va oltre le cause di
prima istanza in civile e criminale, anche se la documentazione medioevale
è ricca di episodi che lasciano intendere esservi una folta casistica
di usurpazioni giurisdizionali a danno del vescovo e del suo dominus,
il patriarca di Aquileia.
Il sistema istituzionale, pertanto, è frazionato e non gode certamente
della territorialità della legge, come avrebbe dovuto essere.
Anche se i documenti in proposito sono rarissimi, si può capire
ugualmente come ne venga ostacolato il processo di autonomia comunale.
Le informazioni sulle origini mancano del tutto e, a parte qualche diploma
imperiale di cui si è già accennato, la prima testimonianza
di un'organizzazione del «terzo stato», per così dire,
volta a raggiungere posizioni di potere togliendolo al tradizionale titolare,
il vescovo e castellano insieme di Concordia, risale soltanto al 1140.
Trattasi di un contratto di livello, con il quale il vescovo Gervino concede
a un «consorzio di portolani» (che si crea contestualmente,
avverte Mor), un terreno per prepararvi un porto, ove costruire case e
ivi abitare allo scopo di incrementare i traffici e il commercio. Nasce
in sostanza la città di Portogruaro, cioè un nuovo centro
di popolamento a rapido sviluppo, situato alla confluenza del Lemene col
Reghena, più consono ai lini dichiarati del vecchio porto, di modeste
proporzioni (Portovecchio) posto alla confluenza tra Lemene e Versa. Il
nuovo centro, inoltre, è sottratto alle regole feudali che regnano
sovrane nella diocesi di Concordia e in genere in tutto il Friuli, ove
la polverizzazione feudale è di casa.
Il Mor, nel suo lucido commento al testo, precisa, tra l'altro, che il
contratto sottoscritto tra il vescovo e un gruppo di mercanti e portolani
non può essere ritenuto il segnale della nascita del Comune di
Portogruaro, ma più modestamente come il sorgere di una vicinia,
ossia l'assemblea dei capifamiglia residenti.Per il comune, occorrerà
attendere la nomina del podestà nel 1256, e di più il nuovo
ordinamento non avrà mai piena autonomia, come prova la presenza
nel Consiglio di un rappresentante del putriarca, il gastaldo, che presiede
le sedute pur senza diritto di voto.
Quel che conta, tuttavia, è che il contratto è un sintomo
dello sviluppo sociale ed economico della regione. Il «compromesso»
del vescovo con mercanti e portolani è una vera e propria «sparizione
di risorse»: il vescovo conserva la giurisdizione di seconda e terza
istanza, si assicura il mantenimento delle imposte, vigila e riscuote
i dazi alle mute ove transitano merci e barcaroli.
In conclusione, ambedue le parti traggono vantaggio dall'accordo, ma mentre
il vescovo resta il prelato di sempre e quasi prigioniero dei suoi diritti
feudali, i portolani acquistano, se non tutta la libertà comunitaria,
certamente quella della mercatura e dell'accumulazione del capitale, dando
vita, o meglio riproponendo l'antica vocazione commerciale del tempo romano,
con cui rifondare e costruire una seconda Concordia, ad imitazione delle
grandi città mercantili e finanziarie del firmamento comunale italiano.

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