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Alto Medioevo
Ad est del Tagliamento sono sempre Aquileia con Grado
e Cividale che sopravvivono alla decadenza tardo-antica, mantenendo
parte di quella vitalità che li aveva caratterizzati nell'epoca
precedente. Ma l'importanza politica e religiosa dei medesimi quasi mai
è stata parallela o simultanea. Ognuno dei tre centri partecipa
in qualche modo delle vicende degli altri due, ma quando raggiunge l'apice
dello splendore, questo avviene in tempi diversi e successivi, beneficiando
dei progressi acquisiti in precedenza.
Aquileia romana e paleocristiana decade miserevolmente dopo la distruzione
di Attila, con la conquista longobarda cede a Grado parte delle sue prerogative
e gli strumenti giurisdizionali per il dominio spirituale dell'area bizantina,
ritrovando soltanto nel secolo IX un vescovo disposto a rivitalizzare
gli antichi gloriosi edifici ecclesiastici. Non per niente al patriarca
Massenzio e alla sua frenetica attività restauratrice vengono assegnati
molti dei reperti scultorei superstiti nelle chiese e nei musei aquileiesi.
L'invasione dei Longobardi non opera soltanto per la spaccatura tra Aquileia
e Grado, assegnando indirettamente a quest'ultima nuovi compiti
e nuove linfe vitali, che immediatamente si esprimono a livello architettonico
con il Vescovato dello scismatico Elia, ma pone le premesse per la crescita
e lo sviluppo urbanistico dell'antico municipium di Forum Iulii,
eletto com'era nella logica strategica e logistica a capitale del primo
ducato longobardo.
Alla corte ducale si aggiunge nel 737 la corte patriarcale di Callisto,
quivi tresferitosi da Cormòns, ed entrambe concorrono, in un momento
di fortunata coincidenza tra congiuntura economica e committenza illuminata,
a fare di Cividale uno dei centri, e non certamente dei minori, partecipanti
a quel movimento culturale che sfocerà, senza perdere le proprie
caratteristiche di origine, nella cosiddetta «renovatio»
carolingia.
Tre centri di sviluppo, dunque, ma anche tre diverse epoche di maturazione
culturale, che puntualmente si riflettono nell'attività dei lapicidi
e dei loro ordinatori o «programmatori» degli schemi compositivi
commissionati.
Grado, più che Aquileia, eccelle per una cospicua presenza
di opere attribuibili con certezza al VI secolo inoltrato, in sincronia
con gli avvenimenti religiosi che privilegiano la posizione gradese nel
più sicuro estuario lagunare.
Cividale si distingue per una produzione che riempie di sè
un ampio di arco di tempo, che non pare potersi circoscrivere al periodo
«attivo e dinamico» tra l'insediamento di Callisto e la morte
di Paolino (730-802), ma che travalica l'ultima età longobarda
e le sue movimentate appendici, per situarsi con pieno diritto nell'età
carolingia, come sembra che si possa sostenere se si accoglie la proposizione
che non pochi dei più celebri marmi e delle più famose architetture
cividalesi riflettono lo stile e la mentalità della «renovatio».
Aquileia, infine (ma in parte anche Grado), gode di quell'attivismo
edilizio generato dalla cultura carolingia «ch'ebbe un momento
di forte affermazione nelle nostre terre specie nel secolo IX, quando
quasi tutte le chiese della zona furono rimaneggiate, soprattutto nel
presbiterio, sotto il quale si dovettero praticare anche cripte».
Come Verona, che rappresenta uno degli esempi più luminosi, anche
Aquileia ebbe il suo ricostruttore nella persona del patriarca Massenzio
(811-838), anticipatore di un altro famoso patriarca, il tedesco Poppo
von Treffen, che nell'XI secolo, forte di un potere temporale avviato
alla piena immunità giurisdizionale, restituirà alla città
e alla cattedrale parte dell'antico splendore dopo le devastazioni operate
per cinquant'anni dalle orde ungariche.
Questi terribili cavalieri tra la fine del IX e la metà del X secolo,
irrompendo più volte attraverso la «porta spalancata»
del Friuli, abbattono gran parte dei vecchi edifici, costringono i friulani
ad un'opera di ripresa «lenta e sporadica», che da per l'appunto
notevoli frutti specie in Aquileia ad opera del patriarca Poppo.
Ad ovest del Tagliamento nasce e cresce un'altra grande città,
Concordia, detta «sagittaria» per le sue famose fabbriche
di frecce ad uso di guerra.
La sua fondazione risponde, nel programma espansionistico di Roma, a un
preciso piano di ridistribuzione viaria, con una città più
prossima di Aquileia alla Cisalpina, in grado di inviare uomini e merci
al Norico con maggiore speditezza e risparmio di tempo e di denaro.
Concordia, infatti, è subito allacciata ad Aquileia da un lato
e alla via Postumia dall'altro, ma ben presto da essa si diparte un'altra
grande strada «di compendio», ossia più breve, che
scavalca il Tagliamento a Pieve di Rosa, evitando in tal modo di passare
il fiume due volte ai due rami sottostanti (oggi formano un solo ramo)
e prosegue in direttissima per congiungersi con la strada proveniente
da Aquileia nei pressi di Artegna (ad Silanos) e con essa dirigersi al
centro minerario e commerciale del Magdalensberg (presso Klagenfurt) ove
i Romani avevano ormai surclassato Regno e capitale del Norico celtico
e ivi costruito, nel modo loro consueto, la città di Virunum (Zollfeld).
Il muncipium di Concordia segue le sorti degli altri tre municipi romani
di cui abbiamo estesamente parlato. Come mostrano le testimonianze archeologiche,
anche Concordia assume un ruolo di primo piano nella diffusione del Cristianesimo
sul territorio al di là del Tagliamento, riunito alla fine del
VI secolo nella diocesi omonima, anch'essa parte integrante della giurisdizione
metropolitica di Aquileia, madre di tutte le città della Venezia
orientale. E come Aquileia, anche Concordia subisce invasioni e distruzioni
dal IV-V secolo fino alle ripetute e rovinose incursioni dei cavalieri
ungari nel secolo X.

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