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I Longobardi
Uomini
«dalla lunga barba», biondi e di elevata statura nonché
abilissimi guerrieri nonostante la pochezza numerica, i Longobardi provenivano
dalla Scandinavia. Dopo una permanenza di qualche secolo nel territorio
dell'attuale città di Amburgo, risalgono il corso dell'Elba, passano
in Moravia e in Austria, attraversano intorno al 530-540 il Danubio, occupano
la Pannonia (oggi Ungheria occidentale) e, finalmente, con il re Alboino,
calano in Italia nel 568, giungendo in qualche anno fino alle lontane
terre calabre e beneventane.
Tutta la penisola, salvo i domini di Roma papale e quelli di Ravenna bizantina,
è suddivisa in 35 ducati, il primo dei quali si estende
nell'Italia orientale con capitale a Cividale del Friuli, già municipio
romano col nome di Forum Iulii (da cui Friuli) e, quindi, Civitas Austriae
(o città più orientale ed australe d'Italia) sotto i Longobardi.
Il primo duca forogiuliense è Gisulfo, nipote del re, che
organizza la regione, servendosi per concessione regia delle più
forti fare (o gruppi nobiliari) longobarde e delle migliori mandrie di
generose cavalle.
I ducati nell'insieme formano il Regnum Langobardorum, con a capo
un monarca eletto direttamente dall'assemblea dei liberi guerrieri longobardi.
Il primo re è Alboino, la sede reale è, prima, a Verona
e, poi, stabilmente a Pavia. Nei primi anni del regno disordini
e violenze prevalgono, le terre vengono confiscate e i Longobardi si sostituiscono
ai grandi proprietari romani, mentre il trono rimane vacante.
Con Autari e Agilulfo le cose si assestano, prima l'uno e poi l'altro
re sposano Teodolinda, figlia del duca di Baviera, fervente cattolica
e animatrice della conversione del popolo longobardo alla religione ortodossa
romana. Lentamente i Longobardi si accostano alla civiltà romana
e italica, ne assumono forme e tradizioni culturali, tecniche e modi di
produzione. Le antiche consuetudini longobarde vengono codificate nell'Editto
di re Rotari nel 643, ove civiltà latina e civiltà
longobarda si influenzano vicendevolmente. Romani e Longobardi sono ormai
più vicini, i loro rapporti vengono regolati dalla legge comune,
la lingua della maggioranza del popolo è quella latina, nella quale
però si inseriscono molti termini germanici, ancora oggi presenti
nel linguaggio di molte regioni italiane, particolarmente in quella friulana.

Con la pace sociale, anche la popolazione cresce di numero, mentre l'economia
e il commercio rifioriscono. Il mezzo di scambio ufficiale è la
moneta aurea; dapprima i Longobardi battono moneta imitando quella aurea
dell'Impero bizantino, poi a partire dal regno di Rotari coniano una propria
moneta d'oro detta tremisse, che in peso rappresenta la terza parte del
soldo aureo bizantino.
Una solida tradizione funeraria accompagna i Longobardi nel loro
lungo cammino dalle foci dell'Elba sino all'Italia meridionale. Nelle
loro vaste necropoli, generalmente sistemate ai margini delle città
conquistate, i defunti vengono seppelliti con i piedi e gli occhi rivolti
ad Oriente e con un corredo funerario formato da oggetti più o
meno ricchi a seconda del ceto sociale dell'inumato.
Ma per lo più l'uomo porta con se le armi che lo distinguono
(spada a due tagli, sax a un taglio, lancia di varie forme, frecce, scudo
con l'ambone spesso decorato e dorato, ascia di guerra, etc.) e le guarnizioni
dell'abbigliamento e della bardatura del cavallo, fedelissimo compagno
del libero guerriero. Speroni, fibbie, guarnizioni di cinture e molti
oggetti d'uso comune sono fabbricati in ferro, bronzo, argento, oro. Tutte
le tecniche ornamentali sono conosciute e applicate, dalla filigrana,
alla godronatura, alla damaschinatura, al niello, all'agemina su ferro
e così via.
Nelle tombe femminili predominano strumenti della casa, oggetti
ornamentali, orecchini, anelli, borse per contenere i piccoli oggetti
come accendiesca, forbici, pettini di ogni tipo e forma e, soprattutto,
collane variopinte splendenti di pietre colorate, di ambra e cristalli
di rocca in funzione apotropaica, e poi le fibule a chiusura delle vesti,
ornate di oro, argento e pietre preziose. In molte tombe di ricchi longobardi
è anche presente una crocetta aurea, simbolo della cristianità
del defunto, o il bacile di bronzo fuso, proveniente dalle officine copte
di Alessandria d'Egitto e giunto tra i longobardi col mezzo del commercio
ravennate.
L'uomo libero longobardo è nel contempo guerriero e artigiano,
cavaliere e orafo abilissimo nella lunga tradizione dei popoli cosiddetti
«barbarici»; la sua produzione è ricca di modelli esclusivi
e di forme raffinate che continuano per tutto il secolo settimo, fino
alla conversione ufficiale dei Longobardi al cattolicesimo nel
696. Da questo momento, in ossequio alle costumanze del cristianesimo
ortodosso, i defunti longobardi vengono deposti nella fossa senza accompagnamento
di corredo funerario.
La produzione di oggetti metallici decade fortemente e la storia longobarda
non ha più modo di avvalersi delle preziose testimonianze dell'archeologia
funera. Non per questo, tuttavia, la documentazione storica scompare.
Nel secolo ottavo, infatti, con lo sviluppo della società e dell'economia
italiana, rinascono opere e arti prima quasi scomparse.
Durante il lungo regno di Liutprando (712-744), si moltiplicano
le costruzioni di chiese e monasteri (si pensi a S. Maria in Valle
di Cividale o a Sesto al Reghena), di ville e palazzi da parte
della famiglia reale, ma anche per opera dei ricchi longobardi o dei duchi
stessi; rifioriscono architettura, scultura e pittura, alle quali partecipano
in qualche misura anche artefici o artigiani longobardi. Ne sono testimonianza
indubitabile a Cividale il Tempietto longobardo, da un lato, e
l'Altare di Ratchis, dall'altro, ove architettura e scultura raggiungono
livelli elevatissimi, anche se proporzionati ai tempi non facili.
L'ultimo
e sfortunato re dei Longobardi è Desiderio; il suo regno,
osteggiato fieramente dal Papato, è vinto (773) e assorbito
da Carlo Magno re dei Franchi, ma duchi e grandi funzionari longobardi
mantengono in gran parte le loro posizioni, partecipando nei gradi elevati
alla direzione del nuovo Regnum Francorum et Langobardorum.
Lentamente, i Longobardi, i quali numericamente rappresentano una modesta
minoranza, scompaiono mescolandosi alla popolazione dell'Italia latina
e romana, lasciando tracce di sè nella lingua, nella toponomastica,
nei costumi e nelle tradizioni popolari. Di molte potenti famiglie il
nome è presente lungo tutto il Medioevo, apparendo ogni tanto nei
documenti scritti come famiglie ancora viventi ex lege Langobardorum,
vale a dire professanti ancora certe regole di vita tipiche dell'antica
Langobardia italica.
Per quanto riguarda specificatamente il ducato friulano, esso si
distingue per una relativa autonomia amministrativa e politica, che raggiunge
i massimi livelli allorché l'ultimo duca longobardo, Rotgaudo,
si pone a capo della resistenza friulana contro lo strapotere carolingio.
Ma ben presto Carlo Magno, ormai padrone della situazione italiana e di
gran lunga il più forte in armi e in armati, impone la sua autorità
eliminando violentemente i ribelli.
Il ducato friulano, tuttavia, dimostra con questo tentativo autonomistico
di essere, più che una semplice formazione territoriale longobarda,
una vera e propria entità etnica, culturale ed economica, dai confini
ben delineati sulla base dei vecchi quattro municipi romani (Aquileia,
Concordia, Iulium Carnicum, Forum Iulii) e ormai predisposta a ricevere
dignità di regione-stato, «quasi indipendente», con
il principe aquileiese o patriarca in teorica soggezione feudale all'Imperatore.

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