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L'Italia

Primi passi verso l'industrializzazione.
Dopo quasi quattro secoli di dominio cade la Repubblica Veneta, travolta dalle nuove idee di riforma politica sociale. E cade, soprattutto, senza strepiti o grandi eventi, impotente ormai per sua natura ad accogliere un diverso modo di governare, con istituzioni vecchie e incapaci. A nulla valgono alcuni tardivi tentativi di adeguare la mentalità delle chiuse magistrature veneziane al nuovo e incalzante pensiero liberistico-imprenditoriale del modello socio- economico inglese.

Le condizioni della provincia friulana appaiono ben chiare al Luogotenente Veneto Angelo Giustinian, che così scrive nel 1797: «Essa (provincia) ha una popolazione di circa 400 mila abitanti tutti fedeli, divoti al nome pubblico, di buona indole e discretamente industriosi; non però ricchi, né con un certo impianto per esserlo. Mancante qual è il commercio, il gran fonte da desiderarvi, non conta il principal suo essere che sulle terre, le quali non isterile in propagatione de bovi, ridondano poi molto in biada e vino, quei due prodotti che forse più contribuiscono alla sussistenza e ai comodi.
Avrebbe anco le sete, ottime sete ricercate; anzi sarebbe del grande invito, per un loro più esteso incremento, il naturale fondo ghiarroso, il quale non ha grande differenza col Veronese. Ma ivi non disposti molto alla coltura dei gelsi, e non inclinati alle manifatture, che tramandano invece ad altri; ivi appunto non si vedono che pochi filatoi per le loro prime operazioni. Penuriano di legne, quel requisito che tanto importa; ed è sorprendentemente scarso, poi cattivo il foraggio che ne traggono, tutti e due mah che ricadono sul costume e su quella ingenita mania del pascolo, cui nulla ancora la ragione e pressocché niente impongono le robuste leggi del governo
».

Il senso è chiaro e i problemi altrettanto, tra i quali principali il mancato «avvicendamento delle piante foraggere» su larga scala con relativo incremento del comparto zootecnico, la procurata distruzione del patrimonio forestale, la scarsa propensione ad estendere la produzione della seta e la sua lavorazione nei segmenti della filatura e della tessitura.
Si può allora capire come al cadere della Repubblica Veneta e per buona parte del primo Ottocento, complici anche i disastrosi passaggi degli eserciti sul territorio friulano e nella stessa Udine tra il 1797 e l'aggregazione al Regno Lombardo-Veneto del 1814, i problemi economici e tra questi principalmente quelli agricoli rimangono sostanzialmente invariati e irrisolti. Nella specifica letteratura, il cambio di amministrazione veneto/francese non ha ancora ricevuto la dovuta attenzione.

Tuttavia, si può fin d'ora precisare che diversi strati di popolazione, specie plebi rurali, piccoli e medi proprietari, commercianti, non riuscirono ad aderire intimamente al nuovo governo, sia perché ne aborrivano i principi per motivi ideologici, sia perché erano stati profondamente colpiti nei loro interessi dalle nuove radicali riforme. Le riforme, come si sa, tendevano a modificare soprattutto le strutture giuridico-fiscali e in effetti amministrazione della giustizia e sistema tributario ne vennero completamente rivoluzionati.

Ciò che era riuscito in Inghilterra per vie «abbastanza» pacifiche, dovette essere affrontato nel nostro paese e con l'aiuto delle armi e con l'impostazione autoritaria della nuova normativa. Pensiamo soltanto a due di queste radicali riforme: la riforma tributaria e quella dell'arruolamento militare.
La prima prevedeva un nuovo estimo senza le «famigerate polizze» (denunce dei redditi) e con catasti separati per ogni comune; la seconda, particolarmente invisa e aborrita da un popolo già secolarmente veneto, nemico giurato di cernide paesane (milizie rurali obbligatorie), galeotti marittimi (destinati a remare sulle navi venete) e bombardieri di terraferma (corpo militare per l'artiglieria cittadina), introduceva la coscrizione obbligatoria con ferme prolungate in terre straniere, lontane dalla patria e dalla famiglia alle quali il giovane guerriero era particolarmente attaccato.

Che vi fossero anche riforme bene accette, quali le innovazioni nella pubblica assistenza e nel sistema giurisdizionale di memoria feudale, ciò non modificava di molto la gravità della congiuntura in cui vennero a trovarsi durante il periodo francese le nostre popolazioni, che erano - come si è detto e ripetuto tante volte nella storiografia veneta -, estranee a certi aspetti di riformismo ideologico o intellettuale e ribelli, specie negli strati sociali inferiori, a qualsiasi pratica forzata di regimentazione militare.

In questo quadro, due grosse variabili appaiono caratterizzare l'andamento dell'economia friulana del primo Ottocento: popolazione e infrastrutture. La prima in netto movimento, la seconda in forte ritardo anzi in preoccupante staticità. Uno sguardo ai dati demografici a disposizione, pur con tutte le cautele da osservare nell'uso dei censimenti austriaci, ci convince dell'inversione di tendenza rispetto all'ultimo Settecento: tra il 1790 e il 1862 la popolazione globale del Veneto, Udine compresa, accusa un incremento netto del 37 per cento, quella del Friuli di quasi il 25 per cento, ma quella della città di Udine sfiora addirittura il raddoppio passando a 27.000 unità circa. Un cinquantennio, se proprio vogliamo evitare anche il minimo sospetto di enfasi celebrativa, non tanto di maturità o di aperto sviluppo, ma sicuramente ricco di fermenti e di stimoli, che produrranno il loro frutto nella seconda metà del secolo e nel primo decennio del Novecento.

Anche nell'agricoltura le cose si muovono. Ne è testimone la costituzione nel 1846 dell'Associazione Agraria Friulana, quale «unione di tutti i migliori intelletti, di tutte le più buone volontà e di un gran numero di piccoli mezzi materiali, nell'intendimento di spingere alla massima perfezione l'agricoltura generale del paese».
L'analisi di Giandomenico Ciconi, acuto indagatore, non può partire che dall'agricoltura, come massima fonte del reddito locale, nella quale lo squilibrio tra superficie e popolazione, il frazionamento delle terre e la prevalenza della piccola possidenza sono posti da una parte della bilancia come condizioni strutturali ostacolanti, mentre dall'altra è visto nettamente in crescita il peso dei prati artificiali e la conseguente espansione del comparto zootecnico, pregiudiziale all'aumento della produttività e all'incremento del reddito pro capite quali autentiche basi di sviluppo economico.

Non poteva, infatti, sfuggire alla sua osservazione come tra il 1817 e il 1857 il parco bovini fosse aumentato del 73% e quello dei cavalli - ancora indispensabili in una regione mancante di buone strade e di città grosse che agevolassero il trasporto e lo smercio - addirittura triplicato. In sostanza, date le molte remore ad uno sviluppo equilibrato, il periodo del primo Ottocento si presentava agli occhi dei contemporanei fortemente carente nel settore industriale.

Soltanto dopo la metà del secolo, e dopo l'unificazione politica, il territorio e la sua capitale cominceranno ad aprirsi a qualche grossa iniziativa industriale a prevalente capitale straniero, ma a questa data un altro fattore indispensabile, quello infrastrutturale con nuove strade assiali e ferrovie di grande collegamento (Udine-Pontebba di Km 69 aperta interamente all'esercizio nel 1879, cui si aggiunge la Mestre-Udine-Cormòns di Km 138 già attivata fin dal 1860) sarà intervenuto a rendere economicamente conveniente l'investimento. Per il momento occorre contentarsi di poche e sparse industrie, mentre l'attività principale e di maggior reddito resta sempre quella della seta, ma anche in questo settore soltanto otto filande sono attrezzate con meccanismi a vapore.

 
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