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I Veneziani
La vendetta dei nobili relativamente ai fatti del giovedì
grasso del 1511 fu durissima. Oltre che con l'eccidio di molti popolani
e contadini, anche con le disposizioni emanate dal feudalissimo Parlamento
friulano, questo organismo legislativo venne usato ancora una volta per
la rivalsa dei danni subiti dalle distruzioni compiute dai contadini.
In questa assemblea nel gennaio del 1518 vennero decisi degli emendamenti
ancor più gravosi di quelli stabiliti nel 1503, i contadini erano
ora obbligati a compiere massacranti lavori di scasso e d'impianto di
colture arboree (vigneti, frutteti ecc.) " senza alcun diritto di
miglioria " e il proprietario terriero poteva richiedere il valore
monetario per quei lavori non eseguiti! I contadini che venivano sfrattati
per una ragione o per l'altra, dovevano obbligatoriamente lasciare sul
terreno tutti i prodotti dell'annata, senza alcun compenso.
Il maso venne fissato senza appello a 24 campi (8,5 ha) e venne esteso
alla famiglia quel principio della responsabilità collettiva per
danni alla proprietà privata eventualmente recati, che già
riguardava le comunità rurali, rendendo il capo famiglia responsabile
delle azioni dei singoli membri.
Con queste e con altre disposizioni si volle evidentemente minare quella
solidarietà collettiva che rappresentava un grave ostacolo sia
al progressivo aumento della rendita fondiaria, sia alla disponibilità
di scacciare i coloni sostituendoli con altre famiglie per disperazione
poco esigenti e più accondiscendenti.
Poteva capitare così che una volta scacciato un colono riottoso
non si trovasse nessuno disposto e entrare nel fondo a condizioni più
gravose delle precedenti, oppure che i membri della comunità e
della famiglia all'approssimarsi di qualche esproprio o pignoramento nascondessero
le robe o le scorte testimoniando coralmente la loro inesistenza.
La storia di questo tipo di lotta organizzata e fuori della 'legalità
feudale' potrebbe essere ricostruita sulla base dello studio degli archivi
di famiglie, conventi e a partire da analisi plurisettoriali (storia,
letteratura, giuridica, economica ecc) dei documenti dell'epoca veneziana
e riempirebbe molte lacune su questo periodo storico in Friuli.
Venezia, il Veneto e il Friuli avevano raggiunto ancora nel 400 un livello
politico nel quale i ceti artigiani, i popolari e le masse contadine erano
subordinate al crescente dominio (politico, amministrativo, economico)
della nuova aristocrazia nata dall'unione, come classe dirigente, della
grossa borghesia con la nobiltà.
In tutte le città della Terraferma si riscontra nel 500 un predominio
indiscusso, consolidato, dalla nuova aristocrazia.
Il luogotenente Andrea Trevisan nel 1513, appena insediatosi dopo la cacciata
degli imperiali 'chiuse' il consiglio comunale di Udine, fu soppresso
l'arengo e il nuovo consiglio fu composto da 150 nobili e 80 popolari
tutti nominati a vita, anche Udine rientrò quindi nella regola
delle altre città venete governate dai nobili come Padova e Verona.
La politica veneziana in Friuli in questo periodo si indirizza su tre
direttive:
1) Mantenimento del sistema sociale preesistente caratterizzato da un
decisivo carattere feudale ed eliminazione delle ultime vestigia degli
ordinamenti comunali.
2) Separazione netta fra patriziato veneto e nobiltà della terraferma,
la distinzione anche " fisica " poneva l'aristocrazia fendale-borghese
del Friuli nel ruolo di amministratrice subalterna in quanto le decisioni
più importanti erano prese segretamente da un nucleo ristrettissimo
di persone a Venezia e la nobiltà veneta che occupava i posti di
comando politico e amministrativo in Terraferma aveva cura di ribadire
in ogni occasione la propria privilegiata autorità di nobiltà
veneziana; il monopolio del potere politico permise a Venezia di
passare attraverso la secolare depressione economica del '600 continuando
a mantenere un certo treno di vita, conservando pressocché indenni
le ricchezze e il tenore di vita degli abitanti della città lagunare
e accrescendo lo splendore e i fasti del suo volto urbano.
Questa eccezionale vitalità di Venezia in un periodo di crisi italiana
ed europea ha il suo segreto nel generale declino delle province e della
nobiltà suddita, nel concentrarsi delle ricchezze nei palazzi
del Canal Grande, nella politica che portò a scaricare la depressione
economica e sociale sulle campagne, saccheggiando l'agricoltura e soprattutto
imponendo l'abbandono produttivo e sociale di zone vastissime come appunto
il Friuli. Fanno le spese dello sforzo di Venezia per mantenersi a galla,
le aree più feudali, in primis il Friuli. Venezia farà la
bonifica del Gorzon e userà il Friuli come terra di conquista,
impossesandosi delle terre collettive e rinvigorendo il sistema
feudale.
3) Una cauta e occasionale opera di ridimensionamento di certi diritti
dei proprietari fondiari e l'organizzazione della Contadinanza quale momento
integrativo e per la pace sociale nelle campagne, indispensabile quest'ultima
in un periodo in cui Venezia si apprestava, per superare la sua crisi
mercantile e commerciale, a spogliare le masse rurali dell'enorme quantità
di terre collettive.
L'estrema circospezione usata da Venezia nel togliere potere politico
ai castellani mantenendo gli stessi rapporti di produzione mitigati dalla
presenza della Contadinanza è riconducibile alla struttura
aristocratica del governo della Serenissima, essa non voleva avere nè
una nobiltà friulana forte nè dei contadini che operassero
al di fuori delle istituzioni e che fossero difficilmente controllabili.
L'equilibrio fra le due classi doveva essere garantito senza prendere
quelle drastiche decisioni che abbiamo visto essere poco congeniali alla
classe dirigente veneziana che fondava il suo potere sul mantenimento
delle conquiste e le ricchezze già accumulate piuttosto che su
nuove iniziative economiche, sociali e produttive in terraferma e in Friuli
in particolare.
Il patriziato veneto con il suo ordinamento chiuso ed esclusivistico non
permetteva alla nobiltà delle città soggette, ai feudali-borghesi
della provincia un'effettiva partecipazione alle responsabilità
di governo. I ceti più umili delle città e delle campagne
vedevano quindi in Venezia l'alternativa giuridica, l'antagonista dello
strapotere dei signori della vecchia e nuova feudalità e questa
integrazione rappresentava per Venezia il fondamento per il suo esercizio
del dominio sulla terraferma.
Girolamo Savorgnan fu l'unico nobile di tutta la terraferma veneziana
a entrare nel Senato veneto ma anche per lui valeva li pregiudizio di
non far sapere i segreti della Serenissima a nobili che non fossero propriamente
veneziani, entrato il 16 ottobre 1509 a far parte del Senato il 23 era
già partito per assumere la nuova carica di Generale dell'esercito,
prontamente nominato dal Consiglio dei Dieci.
Nobiltà suddita e nobiltà veneziana ben distinte tra loro,
distinzione che non tarderà a manifestarsi anche nel piano economico-finanziario
quando verranno messe in vendita le terre comunali; la nobiltà
friulana e veneziana valutano la dinamica della rendita fondiaria nello
stesso modo: proprietà fondiaria come elemento di prestigio sociale
ma esclusa da investimenti atti a moltiplicare la produttività
della terra, sfruttamento totale dei villani e rendita fondiaria come
parte crescente di surplus estorto al minimo vitale necessario per riprodurre
la forza lavoro rurale.

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