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I Turchi
La rabbia dei contadini andava montando.
Tutta l'organizzazione delle cernide di villaggio favoriva i contatti
e le intese fra rustici di villaggi diversi. L'organizzazione militare
dei contadini a scopo di difesa deve aver favorito una maggiore presa
di coscienza dei loro diritti e della loro forza, in fondo si chiedeva
ai villani di armarsi e organizzarsi per difendere con la vita che cosa?
Le proprie misere capanne, le famiglie che se non erano decimate dal vaiolo
o dal tifo lo erano dalla mancanza di alimenti?
A chi giovava che i contadini validi combattessero e morissero?
Al borghese-feudale che così poteva rivendicare il mancato pagamento
del canone o delle decime per allontanare vedove e contadini storpi inservibili
dalle proprie terre?
Si chiedeva ai contadini di fare miglioramenti sulla terra, si usurpavano
le terre comunali, si consideravano i villani come buoni solo a procurare
ricchezza ai signori e gli si chiedeva poi di fronteggiare la cavalleria
turca per difendere il diritto di rendita e i soprusi dei nobili e dei
gastaldi.
Il gravoso trasporto dei materiali di costruzione che i contadini dovevano
fare con carri e buoi propri per costruire le fortezze, diede occasione
a discussioni e riunioni nelle quali gli abitanti di villaggi talvolta
distanti tra loro potevano confrontare e denunciare le proprie condizioni
di esistenza e il proprio sfruttamento: l'orizzonte dei contadini si allargava
al di fuori della capanna, del proprio villaggio, del nucleo familiare,
i problemi erano comuni, identici per i villaggi vicini... anzi tutta
la zona era di colpo abitata da contadini che subivano le stesse angherie
e le stesse spoliazioni.
Arrivarono anche i Turchi, invasero tutto il Friuli con la loro perfetta
cavalleria e arrivarono fino nel Trevisano. Si accanirono proprio contro
le zone rurali, incendiarono centinaia di villaggi in tutto il Friuli,
fecero migliaia e migliaia di prigionieri molti dei quali furono venduti
come schiavi nel loro immenso impero.
I "cavalieri", gli stradiotti, i capitani, i nobili, i borghesi
se ne stavano ben rinchiusi in quelle fortezze costruite dai bifolchi.
Il consolidamento della proprietà terriera su basi prettamente
feudali, la valorizzazione della nuova rendita, delle prerogative nobiliari,
sortirono l'effetto di indignare decine di migliaia di contadini, oltre
che sentirsi defraudati dei loro sacrosanti diritti consuetudinari erano
anche beffati dal riconoscimento di avere in ogni caso migliorato il fondo
loro concesso.
Vi furono delle adunanze e manifestazioni cariche di rabbia e di disperazione,
i castellani se ne ritraevano inorriditi, terrorizzati, erano in continuo
allarme per la propria vita.
Il nobile Francesco di Strassoldo, spaventatissimo di ciò
che andava bollendo, pronunciava nel 1504, davanti al feudalissimo Parlamento
friulano un discorso che rappresentava appieno l'incredulità e
la paura di fronte a un popolo che andava scuotendosi le catene:
"... Questi nostri contadini, auso temerario, hanno fatto monopoli,
conventicole e adunanze, in varie ville e luoghi del Friuli, di 500, 800,
1000 e dai milia persone et più, dove hanno Inter caetera dicto
et usate alcune nefandissime e diaboliche parole massime de tagliar a
pezzi prelati, zentilhomeni, castellani et cittadini, et denique de far
uno vespro cicilian ed molte sporchissime parole ".
Il malcontento andava crescendo via via che le leggi venivano applicate
e i contadini assaporavano quotidianamente il sopruso fatto diritto, le
campagne friulane del primo decennio del 1500 appaiono in continua ebollizione.
Nel luglio del 1509 il castello di Sterpo del nobile Albertino
di Colloredo veniva assalito dai villani inferociti che lo saccheggiarono
e lo incendiarono.
Nel maggio del 1510 Alvise della Torre, Teseo di Colloredo, Enrico
Valentini, Francesco Pavone, Giovanni Zucco e altri nobili con una dozzina
di famigli ritornando da Venezia furono assaliti a Malazompicchia da 200
contadini armati e dovettero fuggire fin dentro il castello di Valvasone3.Tumulti
e sommosse si susseguirono per tutto l'anno e molte famiglie patrizie
assoldarono dei bravi per salvaguardare la loro vita finché il
27 febbraio del 1511,il giorno del giovedì grasso,
a Udine un gruppo di contadini, probabilmente adunati da Antonio Savorgnan
assalì la resistenza dei Torriani, coadiuvati dal popolo
minuto.
La lotta durò tre ore e si usarono perfino le artiglierie del castello,
infine la casa fu saccheggiata e incendiata mentre i Torriani si mettevano
in salvo nei nascondigli delle case vicine.Si concentrarono a Udine 3000
contadini dai villaggi vicini e si passò all'assalto delle altre
case dei nobili e dei borghesi-fendali: Cergneu, Percotto, Soldonieri,
Gubertini, Tommasi, Partistagno, Arcoloniani, e le case di Gian Battista
e di Giovanni Candido che vennero tutte saccheggiate e alcune bruciate,
la caccia ai vecchi e nuovi feudali fu inesorabile, la rabbia popolare
si scatenò per tutto il 27 e 28 febbraio, furono massacrati Alvise,
Nicolò e Isidoro della Torre, Teseo e Federico di Colloredo, Soldoniero
dei Soldonieri, Giovanni Leonardo della Frattina, Apollonio Gorgo e sepolti
in una fossa comune.
Il popolo di Udine, i contadini che avevano partecipato alla sommossa,
scaricarono tutte le loro umiliazioni e le privazioni nell'umiliare e
angariare i loro affamatori, fu la rabbia accumulata da decenni, per i
contadini sprofondati nella miseria più nera fu una festa: "Si
videro allora quelli del popolo et i contadini andar vestiti con abiti
di seta de nobili valigiati, chiamandosi l'un l'altro col nome dei patroni
di quei vestimenti... anche le toghe de' dottori servirono per loro adornamento,
e le vesti di gentildonne alle mogli loro".
Francesco Cergnu, Giovan Battista Candido, Antonio Arcoloniano e altri
nobili si salvarono a stento dalla strage, il 1° marzo arrivarono
centinaia di cavalieri che sedarono i moti, ma ormai la
notizia della rivolta a Udine si era diffusa nelle campagne.
I contadini, uomini e donne dei vari feudi assalivano indistintamente
i castelli degli Strumieri e dei Zamberlani (Savorgnani), la rivolta era
diretta contro la classe dei feudali, dei proprietari terrieri.
Si volevano distruggere gli inventari delle decime, dei canoni, i contratti
di colonia, i documenti attestanti i debiti che essi avevano coi proprietari,
quelli riguardanti gli espropri e le prestazioni gratuite di servizi,
le usurpazioni delle terre comuni; erano leggi scritte quelle con cui
si dava ragione ai proprietari sulla questione dei miglioramenti, era
scritto tutto: dai debiti, alle parti di raccolto che formavano i canoni,
dai tipi di corvèes alle divisioni dei campi.
Distrutte le carte, le prove della propria servitù, non si avrebbe
più avuto a che fare con le quotidiane angherie, si distruggeva,
nella ingenua e spontanea visione politica dei rurali, tutto il passato,
difficilmente si sarebbe potuto ricostruire l'elenco dei fittavoli e delle
loro prestazioni, delle terre e dei debiti, le comunità rurali
non avevano forse raggiunto un elevato grado di solidarietà al
loro interno?Chi avrebbe potuto stabilire se un contadino aveva debiti
o doveva di Il a poco essere scacciato dal fondo?
Il castello dei Cergneu era stato investito dalla rabbia popolare e saccheggiato
dai massari fra i quali "non ve n'era uno" che si trovasse debitore
"più o meno beneficiato" a detta di Giovanni Battista
Cergneu di "almeno 5 fitti".
Debiti elencati e migliorie non descritte, i contadini non avevano nulla
da perdere e nella loro ingenua (almeno politicamente) violenza distruttrice,
violenza di una classe che era almeno l'80% dell'intera popolazione, si
accanirono contro l'emblema della classe dominante feudale e/o borghese:
il castello.
Furono saccheggiati e dati alle fiamme i castelli di Villalta, Brazzà,
d'Arcano, la domenica mattina tutta la pianura e le colline erano percorse
da migliaia e migliaia di contadini che attaccavano e bruciavano i castelli
di Moruzzo, Fagagna, Caporiaceo, S. Daniele, Colloredo, Susans, Tarcento,
Salvarolo, Varmo, Cusano, Zoppola, Valvasone, Spilimbergo, Madrisio.Nel
giro di pochi giorni la fiammata si spense e la cavalleria dei signori
rioccupò le zone abbandonate di gran fretta.
La reazione fu durissima, centinaia di contadini furono ammazzati
senza misericordia e con la stessa violenza con cui essi avevano giustiziato
i loro padroni.
Questa rivolta cieca e senza soluzioni politiche che migliorassero
le condizioni sociali dei contadini fu essenzialmente anti-feudale, fu
la rivolta di un popolo che non avendo vissuto l'emancipazione politica
dell'età comunale, passava da un tipo di sfruttamento propriamente
feudale ad uno di tipo signorile, feudale e borghese a un tempo che nessuna
concessione era disposto ad attuare e che cementava, in un'unione di classe
fra nuovi e vecchi nobili, la totale subordinazione delle masse rurali.
Il periodo della " reazione signorile " si stabilizzava in Friuli,
prima che nel resto dell'Italia, passato il momento di paura i feudali
ripresero saldamente il loro posto sulla schiena dei contadini e nel giro
di pochi anni, tutto ritornò come prima, anzi il sistema di sfruttamento
si fece più "razionale" più istituzionalizzato
e condannò alla staticità economico-sociale tutto il Friuli
fin dopo il 1800.
La rivolta dei contadini friulani precede di alcuni decenni le rivolte
antifeudali che percorsero le campagne europee fra XVI-XVII secolo, erano
anch'esse rivolte contro le decime, le imposte, gli usurpi, gli espropri.

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