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Lo Stato Patriarcale
La storia di Cividale, come è noto, non si esaurisce
con i Longobardi e i Franchi. Per parecchi secoli la città «tiene»,
sia pure chiusa nelle sue mura ma saldamente centrale a un territorio
di ampie proporzioni tra i fiumi Judrio e Torre, e costantemente tesa
a crearsi al di là delle Valli del Natisone un retroterra economico,
le cui risorse minerarie e commerciali (si pensi soltanto alle miniere
di mercurio d'Idria) consentirono la formazione di una borghesia urbana
ricca e potente e, quanto a rapporti di forza all'interno della Patria
(del Friuli), politicamente rilevante. Le vicende del trapasso dello Stato
patriarcale sotto il dominio veneto risulterebbero incomprensibili, senza
una premessa sulle origini e l'affermazione della borghesia «capitalistica»
cividalese.
La persistente e attiva presenza di Cividale sulla scena dei grandi fatti
storici - non è certamente casuale l'insediamento del marchese
Berengario sul trono del Regno e la sua successiva elezione alla dignità
imperiale - non deve far dimenticare che nel frattempo matura tutto un
processo di particolarizzazione del potere imperiale, al quale partecipa
con crescente successo il patriarca aquileiese, mediante l'ottenimento
di immunità sempre più estese fino all'infeudazione totale
del Friuli a Sigeardo nel 1077.
Con tale atto finale, il patriarca diventa a sua volta, rispettata la
sovranità del potere imperiale, il senior del territorio, con propri
feudali o domini della sua giurisdizione suddivisi in liberi (di antica
e originaria feudalità), ministeriali (originariamente liberi per
investitura ma scesi a un gradino inferiore pubblico) e di abitanza (direttamente
dipendenti dal patriarca o da altro feudale).
Ma è proprio da questo processo di decentralizzazione dei poteri,
diffuso ovunque con la formazione di un establishment urbano, sul quale
si eleva con sempre maggiore frequenza la grande, quasi mitica figura
del vescovo-conte, che affiorano sul territorio friulano, passato
sotto l'amministrazione temporale del metropolita aquileiese, le premesse
per un ricambio ai vertici della società friulana dei gruppi dominanti
e delle relative residenze urbane.
Il vecchio municipio cividalese, già sede di un glorioso ducato
e poi di un ambizioso marchesato, culla di prìncipi più
di una volta eletti alla dignità regale, non può reggere
oltre il primato sul territorio e, come già avevano fatto Aquileia
e Grado, deve cedere alla rinnovata logica del potere, la quale impone
che il nuovo signore del Friuli, impersonato dal patriarca, debba scegliersi
una residenza meno periferica e più equidistante dagli interessi
politici ed economici dominanti.
Il nuovo Stato deriva la sua costituzione dalle immunità concesse
dal potere centrale imperiale e che pertanto è pur sempre uno Stato
feudale, con tutti i vantaggi ma anche con tutti i difetti - e non sono
pochi in un periodo di corsa frenetica verso il particolarismo comunale
- di uno Stato che deriva la sua forza da quella dei suoi vassalli, ma
che al tempo stesso partecipa della loro debolezza, delle loro rivalità,
dello spreco inevitabile di risorse politiche e finanziarie.
Il nuovo signore ha, però, anche un altro vantaggio proprio del
sistema feudale che sul nostro territorio tende a perpetuarsi atipicamente
nel confronto dell'Italia settentrionale e centrale, il vantaggio non
indifferente di poter controllare, direttamente o tramite i propri vassalli,
le spinte particolaristiche delle città friulane, frenandone irreversibilmente
le tendenze libertarie e le aspirazioni alla piena autonomia amministrativa.
Ma, nel contempo, può inversamente, secondo i propri interessi
e programmi di dominio politico ed economico, favorire con atti immunitari,
nel pieno rispetto dell'organizzazione feudale, le tendenze espansionistiche
di altre città o di aggregati abitativi minori.
Il modello descritto si attaglia bene al ricambio tra Cividale e Udine:
la potenza della prima si trasferisce, sia pure lentamente, nella seconda.
Come punto di partenza può andar bene il diploma ottoniano del
983, come primo importante punto di arrivo il 1238, data
fatidica del trasporto «nominale» della residenza patriarcale
dalla vecchia città ducale alla nuova metropoli.
L'avvio al processo di trasferimento dei poteri istituzionali e delle
prerogative economiche da una all'altra residenza, è favorito alle
sue origini dalla situazione che si era venuta a delineare nel Friuli,
come in gran parte d'Italia, con le terribili incursioni ungaresche,
che ripetutamente e per tutta la prima metà del secolo X avevano
inondato di terrore le popolazioni della penisola. È il momento
della difesa immediata, laddove è consentita dalle strutture castellane
preesistenti, ma è anche il momento di immaginare e realizzare
alla svelta programmi futuri di difesa visto il perdurare per ben mezzo
secolo delle ondate distruttive degli Ungari.
I castelli spuntano come funghi dopo una pioggia estiva ed il paesaggio
viene così rapidamente ad assumere un volto nuovo, una connotazione
rude, militare, dove le costruzioni difensive, le mura, i merli, le torri,
i larghi recinti incombono all'occhio del viaggiatore ogni due, tre, quattro
chilometri di strada, offrendo sicurezza, ma anche ispirando un pesante
senso di angoscia, nella consapevolezza di vivere tempi duri e difficili,
materializzati nell'aspetto stesso delle campagne. Certamente, il processo
di dissolvimento del potere centrale imperiale, è già di
per se un motivo che può contribuire a spiegare la tendenza dei
nuovi signori (e tra questi non può mancare il metropolita aquileiese)
a crearsi sicure posizioni fortificate o a rafforzare opere difensive
preesistenti, ma senza dubbio è il terrore ungarico, che spinge
rapidamente gran parte dell'Italia centro-settentrionale, e con essa il
Friuli, verso l'incastellamento delle terre.
Tra i tanti castelli del Friuli legati a questi avvenimenti, compare alla
ribalta anche il castello di Udene; come fosse, che ruolo e funzioni
avesse, quale consistenza fortificata e abitativa possedesse, non lo sappiamo,
ma possiamo ben immaginare che il piccolo colle occhieggiante sulla pianura
friulana, che l'Imperatore Ottone II nel 983 accorda con
tutte le sue pertinenze alla chiesa di Aquileia, non fosse neppur lui
sfuggito alla comune, frenetica attività di potenziamento difensivo.
Il diploma ottoniano non costituisce certamente l'atto di nascita del
castello Udinese; troppi indizi archeologici, in parte già noti
e riuniti da Di Caporiacco collazionando vecchie e confuse testimonianze,
e in parte usciti da nuove recenti scoperte sul colle e attorno al colle,
lo provano senza ombra di dubbio.
E inoltre, la coincidenza in un breve spazio di terreno tra Pieve e castello,
nonché la coesistenza non troppo distante della strada che da Aquileia
correva verso Tricesimo e le due diramazioni superiori alla volta della
Germania, concordano nel prefigurare una situazione di avanzata stabilità
non solo sotto il profilo militare, ma anche sotto quello demografico
e commerciale. Se, dunque, Udine preesisteva da tempo al diploma ottoniano
e preesisteva con caratteristiche demografiche e istituzionali in netto
stato di avanzamento e di progresso, accelerate in qualche modo dalle
urgenze fortificatorie indotte dal terrore ungarico, è lecito affermare
che un nuovo capitolo storico si apre per il colle e il suo castello nel
983, capitolo che ottiene il crisma dell'ufficialità con l'infeudazione
di tutto il Friuli a Sigeardo nel 1077.
Con tale atto inizia la crescita di Udine, che fin d'ora l'occhio del
patriarca guarda con particolare benevolenza, e prende l'avvio una tenace
rivalità fra Udine e Cividale, che si trascinerà fino alla
caduta della Repubblica Veneta, coinvolgendo non soltanto le istituzioni
civili delle due città, ma con forza e caparbiamente anche quelle
ecclesiastiche, specialmente rappresentate, dopo il trasferimento della
residenza patriarcale a Udine nel 1238 (ma con efficacia reale a partire
dal XIV secolo), dai capitoli delle due Collegiate in eterno contrasto
per questioni di prestigio e di precedenza.

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