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Cultura  La STORIA della BASSA Friulana 
 
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La Bassa Friulana nel corso del 1800

Con la fine dell'amministrazione veneziana a seguito del Trattato di Campoformido (1797), cominciano per il Friuli lunghi anni di difficoltà e di carestie provocate dal continuo passare di eserciti e dall'alternarsi dell'amministrazione francese con quella austriaca. Solamente quando nel 1813 gli Austriaci occupano di nuovo il Friuli, inserito come Provincia di Udine nel Regno Lombardo Veneto, per il Friuli inizia una nuova fase.

La Rivoluzione Industriale, che in altre parti d'Europa aveva introdotto profondissime trasformazioni nel modo di vivere, nell'organizzazione della società, nell'economia, in Friuli aveva portato soltanto alcuni segni del progresso; ma anche se le aree rurali continuavano nella loro povertà, tuttavia alcune iniziative volte a trasformare la generale organizzazione del territorio e a introdurre alcuni miglioramenti cominciarono a far sentire i loro effetti.
Il nuovo secolo era iniziato sotto cattivi auspici. Il colera comparso nel 1801, l'afta epizootica nel 1814, le avversità atmosferiche del 1815 e del 1816, le ripetute esondazioni dei fiumi, portarono nel 1817 ad una carestia gravissima che provocò la morte per fame di centinaia di persone.
Tuttavia le idee nuove cominciavano a circolare anche in Friuli e l'Accademia di Agricoltura faceva il possibile per sperimentare e introdurre nuove tecniche produttive in un ambiente chiuso e tradizionalista come quello della campagna friulana. Coltura del riso nella Bassa alla fine del 1800.

Rimanevano però per la Bassa friulana due problemi fondamentali: quello della regolazione delle acque e della bonifica delle paludi e quello della scarsa produzione di capitale per gli investimenti produttivi. In una relazione fatta per conto dell'amministrazione francese dal latisanese Donati, nel 1807, si trova una efficace descrizione della situazione della Bassa friulana in quel periodo: «...le arti si riducono a quelle di prima necessità; il commercio a quello del legname fluitato dal Tagliamento... l'agricoltura abbandonata nelle mani dei villici non possidenti, infingardi, miserabili, restò sempre nell'infanzia e nella barbarie. I prodotti stessi sono quasi del tutto perduti per la prosperità di Latisana, perché il loro risultato va a consumarsi e a circolare in Venezia, dove i possessori dei beni feudali dimorano. Le acque superiori, dalle quali si avrebbe potuto trarre un grosso partito per l'irrigazione delle terre e per le manifatture, si mandano come inutili a scaricare nel Tagliamento. Tra le cause principali dello scoraggiamento, della inazione e della miseria di Latisana, fa d'uopo annoverare le devastazioni ciascun giorno più imperversanti, che esercita il Tagliamento...».

Il problema della regolamentazione delle acque viene affrontato sempre con mezzi inadeguati e con una visione molto limitata. I costi della bonifica e della sistemazione dei fiumi sono troppo elevati rispetto al reddito che si riesce ad ottenere da queste operazioni. Mentre il 1700 è stato il secolo delle grandi idee illuministiche, il 1800 è il secolo di una visione pragmatica e razionale dell'economia: i grandi investimenti sono valutati per il reddito che se ne ricava e non per i benefici sociali che portano.
L'eliminazione delle paludi può migliorare le condizioni sanitarie della Bassa friulana, ma non aumentare di molto la produttività agricola del Friuli e pertanto non interessa. Cosi l'eliminazione del continuo rischio delle esondazioni comporta la realizzazione di opere colossali, che, dato lo scarso valore economico dei beni che le piene dei fiumi periodicamente distruggono, non è conveniente affrontare.

La Bassa friulana soffre anche per la mancanza di buone vie di comunicazione, che sono sempre più necessarie in un momento in cui i mercati si stanno allargando e nuove occasioni si offrono a quelle regioni che godono di buoni collegamenti.
Per risolvere almeno in parte il problema dei trasporti, si pensa soprattutto a progettare canali navigabili. In effetti nel 1829 viene ripreso un vecchio progetto, risalente ancora al luogotenente veneto Tomaio Lipomatoso che nel 1487 aveva lanciato l'idea di un canale che portasse a Udine le acque del fiume Ledra, in modo da fornire la città di abbondante acqua potabile, e da qui collegasse la città col mare attraversando tutta la Bassa friulana.
Questo progetto veneto inizia nel 1488, ma viene subito sospeso per le difficoltà del momento. Il Benoni nel 1666 rifà il progetto per conto del municipio Udinese, facendo passare il canale navigabile per Mùscoli e Cervignano fino all'Ausa e da qui alla laguna e al mare.

Ma anche questo progetto resta inutilizzato, probabilmente per le difficoltà di attraversare con un'opera così costosa il confine con lo stato veneto e la contea goriziana, e solamente quando tutto il Friuli viene unificato nel Lombardo-Veneto asburgico l'idea diventa fattibile. L'arciduca Massimiliano affida il progetto all'ingegner Bucchia che calcola i costi e gli utili di questa iniziativa. L'opera però da quel momento viene vista soprattutto sotto il suo profilo irriguo e per i benefici che porta all'alta pianura siccitosa e per gli opifici che la forza motrice dell'acqua può permettere di attivare. Ma nemmeno le rosee (forse troppo) prospettive economiche propagandate dai fautori dell'impresa riescono a far iniziare i lavori.

Nel 1852 il Valussi scrive: «... la storia di questo progetto è tale, che merita si chiami a decidere una nuova consulta di persone estranee ad ogni interesse locale, ad ogni rivalità di professione, ad ogni puntiglio di idee preconcette... La cosa è di tale interesse comune, che... non si può dormirci sopra. L'idea primitiva è santa; la costanza con cui venne fra mille difficoltà e con mirabile disinteresse perseguita depone grandemente a suo favore».
Però la commissione di persone imparziali non viene mai nominata, e l'opera rimane bloccata anche perché si teme che convogliare nuove acque nell'Ausa avrebbe reso ancora più pericoloso questo fiume già difficilmente controllabile.

Solo col Regno d'Italia il progetto verrà ripreso, ma eliminando il prolungamento navigabile fino al mare e dunque l'attraversamento della Bassa friulana.
Udine cosi non diventerà mai una città con un collegamento idroviario col mare, anche se all'inizio di questo secolo, nel primo piano regolatore della città capoluogo del Friuli, è prevista, alla periferia meridionale della città, un'area per costruirvi il porto-canale in attesa che il canale Ledra venga prolungato fino al fiume Ausa.

Poiché questo progetto non verrà mai realizzato, la Bassa friulana rimane in concreto con ben poche vie navigabili. Il fiume Stella è navigabile con barche fino a 100 tonnellate da Marano fino a Palazzolo e anche l'Ausa è navigabile da Porto Buso fino a Porto Nogaro, per 12 chilometri.
Il Tagliamento è risalibile per buona parte dell'anno per 19 chilometri, fino a Cesarolo, mentre gli zatterai vi fluitano il legname dalla Carnia fino alla foce. Nell'insieme si tratta di pochissima cosa, perché queste vie d'acqua non collegano la navigazione marittima a nessuna grande via terreste e pertanto possono avere solo un modestissimo interesse locale e hanno quindi una minima influenza sull'economia della bassa pianura.

 
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