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I Veneziani
Dopo le grandi iniziative di colonizzazione fatte in epoca
romana, la parte meridionale della pianura friulana ha conosciuto lunghi
secoli di stasi e di involuzione.
Le scorrerie dei barbari, che entrano ormai facilmente nelle nostre terre
attraverso i valichi della Porta Orientale, portano devastazioni e povertà
in terre che non possiedono ancora una efficiente organizzazione economica
e sociale in grado di permettere una efficace resistenza.
Roma oltre alla città portuale e commerciale di Aquileia ha lasciato
nella pianura solo piccoli insediamenti di genti latine e celtiche.
Per conoscere le condizioni del Friuli meridionale verso la fine del XVII
secolo, quando ormai l'amministrazione di Venezia si è ben affermata
e, sotto la spinta degli interessi della Serenissima, anche il Friuli
entra in un sistema economico di più vasto respiro, i documenti
sono scarsi.
Un aiuto può venire dalla consultazione delle carte geografiche
dell'epoca, che però non offrono molti dettagli per analizzare
con precisione la situazione. Le carte del 1600 che illustrano
la bassa pianura friulana sono tutte molto generiche e presentano con
molta approssimazione i corsi dei fiumi principali (Tagliamento, Stella
e Isonzo) e alcuni di quelli minori, indicano solamente i centri maggiori
e dicono ancora meno sulla vegetazione e sulle coltivazioni.
Per avere dettagli maggiori dobbiamo attendere la Carta del Friuli
del Coronelli, disegnata probabilmente alla fine del 1600, in un momento
in cui l'interesse per la laguna di Marano e di Grado e per tutta
l'area costiera è in forte aumento. La carta del Coronelli descrive
con buon dettaglio la rete idrografica e le coste della laguna, e per
la prima volta sulla penisola di Lignano viene indicata la pineta.
I dieci secoli che vanno dalla fine dell'impero romano alla conquista
Veneziana hanno visto l'arrivo della malaria e l'impaludamento della BASSA.
Ma dopo i secoli dell'abbandono, con il consolidarsi sulla terraferma
degli interessi veneziani, nel 1700, anche per la Bassa friulana inizia
un periodo di trasformazioni. La Serenissima attiva il processo di privatizzazione
dei terreni comunali che favorisce la nascita di nuovi rapporti sociali
all'interno delle comunità agricole. La soppressione dei beni comunali
e la loro vendita rafforza l'interesse di nobiltà e borghesia per
la Bassa friulana.
Una classe di nuovi proprietari, per buona parte parassiti e incapaci,
si sostituisce nella conduzione delle nostre terre che per un lungo periodo
sono state lasciate a pascolo comune e dove l'allevamento ha rappresentato
la principale fonte di alimenti e di lana per i contadini della pianura.
La legalizzazione degli usurpi ha contribuito a modificare il paesaggio
agrario della pianura, con il moltiplicarsi delle piccole aziende familiari
che si insediano sui terreni comuni, sempre insufficienti a garantire
la vita dei loro conduttori.
Ma a parte l'inizio della privatizzazione delle terre comuni, nel 1700
non sono avvenuti consistenti cambiamenti nell'organizzazione generale
del territorio della Bassa friulana.
I grandi fiumi, e fra essi soprattutto il Tagliamento, continuano ad essere
contemporaneamente motivo di attrazione per le occasioni di transito che
i punti più facili da guadare riuscivano ad offrire, e motivo di
repulsione per le continue esondazioni che ne devastano i terreni rivieraschi.
Specialmente lungo la sponda sinistra del principale fiume friulano si
è sviluppata una serie di piccoli centri che dal fiume trae l'occasione
di vita e che dal fiume riceve periodicamente rovina e distruzione.
Da Camino al Tagliamento fino al porto fluviale di Latisana
si allungano quei piccoli borghi che traggono la loro fonte di vita dai
guadi, come Belgrado e Varmo, o dall'attività degli
zatterai, come Bugnìns e Straccis, collegati uno
all'altro da quella strada tardoromana che risale la sponda del fiume
fino a San Daniele, per raggiungere poi le regioni danubiane d'oltralpe.
Il Tagliamento è certamente un fiume difficile da attraversare;
troppo largo nel suo letto ghiaioso, troppo povero di acque nelle stagioni
asciutte, troppo turbolento durante le piene, è anche poco pratico
da utilizzarsi come via d'acqua interna: l'unico traffico fluviale che
si è potuto attivare a monte del porto di Latisana è stato
quello della fluitazione del legname, che dalla Carnia scende verso l'Adriatico
per raggiungere l'Arsenale di Venezia.
Il Ciconi ci fornisce un elenco delle piene rovinose del fiume a partire
da quella del 1415 e fino a quella, particolarmente pesante, del 1812,
e questa tragica serie di catastrofi spiega il motivo per cui nessuno
di questi centri è mai riuscito, nel corso della storia, ad assumere
una qualche importanza o solidità.
Esemplare è la storia di uno di essi, Rosa, che ha dovuto cambiare
più volte il suo sito a causa delle piene del fiume: distrutto
una prima volta nel 1640, viene spostato a sei chilometri di distanza,
un poco più all'interno, in un luogo che sembra sicuro; ma anche
lì viene raggiunto dall'alluvione del 1743 e quindi spostato sull'altra
sponda del fiume, presso San Vito, dove viene ancora distrutto nel 1851
e spostato ancora un'ultima volta.
Anche gli altri corsi d'acqua sono un motivo di attrazione dell'insediamento
e una causa di costante pericolo. Tutta la storia della Bassa friulana
è costellata da disastri naturali che hanno portato lutti e miseria
ogni volta che un fiume è uscito dai fragili argini naturali.
Lungo lo Stella troviamo un centro dal significativo nome di Rivarotta,
e tutti o quasi i centri rivieraschi della Bassa conservano icone, cappelle
votive o lapidi che ricordano questi eventi distruttivi.
L'insediamento umano dunque era condizionato dall'acqua. Dove scorre in
un seppure incerto alveo c'è una possibilità di sfruttamento
economico o come via di transito, o come fonte di energia a basso prezzo,
che poteva essere sfruttata per far funzionare i mulini. Anche la linea
di costa è poco popolata.La scarsità di strade e le difficoltà
generali delle comunicazioni impediscono di collocare in tempi brevi il
pesce sui mercati più ricchi della terraferma.
L'unica serie di centri dotata di una precisa solidità è
quella che si allunga da Codroipo ad Aiello, appena a monte
della linea delle Risorgive. Questi centri possono sfruttare sia
i terreni asciutti dell'ultimo bordo meridionale dell'Alta Pianura, sia
le prime aree umide della Bassa, godendo così di una posizione
di vantaggio rispetto ai centri della Bassa Friulana.
Nel suo insieme la popolazione della Bassa friulana nel 1700 è
ancora nettamente inferiore a quella media dell'intero Friuli: nel 1766
ci sono 86 abitanti per Kmq di superficie agraria contro la media friulana
di 101.
La situazione dell'intero Friuli è quella di una regione tipicamente
agricola e allevatrice molto povera: una Relazione del Provveditore
in carica nel 1765 ricorda che in Friuli "li vini,
le biade, et il legname sono le fonti principali da cui derivano li maggiori
profitti, e gli animali suini convertiti in carni salate e insaccate,
li vitelli, li galli d'India e li foraggi confluiscono essi pure ad aumentare
il patrimonio della nazione" e la situazione del Friuli non era
certamente mutata in modo sensibile da quando un altro Provveditore
nel 1588, aveva scritto essere questa parte del territorio veneto
"paese malissimo habitato, et quelli pochi territoriali sono di
natura pochissimo industriosi et seben il territorio per li molti pascoli
et lucchi inculti sarebbe sofficientissimo a produrre et sostentare grandissima
quantità d'animali, niente di manco per la dapocagine d'essi se
ne ritrova picolissimo numero.
De grani anco ciò che noi diciamo de spica, si può dire
più presto sterile, che ubertoso, perché ogni anno conviene
al Rettore far provvisione di fermento forestiero per il bisogno della
terra... La maggior entrata consiste nei vini, perché stanno sempre
in pretio alto rispetto ali tedeschi, che ne sogliono condurvi grandissima
quantità et pagarlo bene".
Venezia non si interessa dell'agricoltura Friulana, e nella legislazione
veneta non si trovano provvedimenti di qualche rilevanza a sostegno e
a difesa dell'attività agricola: avviata la privatizzazione delle
terre comunali, alla Serenissima importa garantirsi il legname pregiato
per il suo Arsenale, e con legge del 1601 "In materia di roveri"
indìce il censimento di tutti i roveri esistenti anche sui terreni
privati, dei quali si assegna il monopolio, proibendo qualsiasi taglio
di quegli alberi "che al presente si trovano in essere buoni per
il servitio della predetta Casa nostra dell'Arsenal". Con questo
provvedimento Venezia ha spinto i contadini ad estirpare le piante di
rovere prima che il magistrato addetto provvedesse a punzonarle e a renderle
così di proprietà della stato.
La società contadina, in questo contesto ambientale, è drammaticamente
povera perché non dispone di tecniche e di mezzi utili alle bonifiche
dei suoli troppo umidi e alla canalizzazione delle acque.
Il tradizionalismo e l'incuria dei proprietari terrieri non permette il
miglioramento delle tecniche agronomiche e anche se le Accademie Agrarie
raccomandano continuamente l'abbandono di consuetudini dannose e inutili
e l'adozione di alcuni provvedimenti elementari adatti al miglioramento
della situazione, la mancanza di concime animale, ridottosi progressivamente
con la eliminazione dei pascoli comuni e quindi del bestiame, e la diversità
della superficie delle aziende, o troppo grandi, oppure troppo piccole
e quindi supersfruttate, hanno condannato l'agricoltura della Bassa friulana
a una situazione di arretratezza e di miseria.
I contadini piccoli proprietari si ingegnano come possono a ricavare fertilizzanti
da ogni residuo che non serve più, ma devono far convivere sul
poco spazio a loro disposizione la vite, i gelsi, i cereali e le patate
e non possono effettuare le rotazioni del mais in maniera sufficiente
al reintegro della capacità produttiva dei suoli.
L'aratorio arborato-vitato, prevalente nella pianura con l'associazione
di alberi di alto fusto, viti e cereali, mantiene la popolazione rurale
in una condizione alimentare insufficiente e non consente alcuna possibilità
di progresso civile ai centri della pianura meridionale. L'unica parte
della pianura che gode di un relativo benessere sembra essere stata la
zona di Latisana dove la presenza del fiume e del porto fluviale
consentono un'economia più vivace.
A Latisana e nei centri vicini alcuni nobili veneti e dei borghesi illuminati
acquistano alcune grandi proprietà terriere e vi sperimentano le
nuove tecniche agronomiche che allora si diffondono in altre parti d'Europa.
Questa parte del Friuli riesce a godere, almeno per un certo tempo, di
un'agricoltura d'avanguardia e di una visione più moderna nella
conduzione delle aziende.
La personalità più rilevante in questa politica di ammodernamento
dell'agricoltura è stato Giovanni Bottari, che alla fine
del 1700 si stabilisce a Cesarolo, sulla sponda destra del Tagliamento,
a sud di San Michele, e che col suo esempio riesce a introdurre significative
trasformazioni nell'agricoltura del latisanese prima e poi di tutto il
Friuli e del Veneto.
Il Bottari introduce la floricoltura industriale, razionalizza la coltura
del gelso collegandola a quella della vite, sperimenta nuovi sistemi di
bonifica e, soprattutto, da un nuovo impulso alla viticoltura: a Latisana
si produce un vino di qualità scadentissima a causa dei
cattivi vitigni e delle tecniche errate usate per la vinificazione, ma
il Bottari e il suo allievo Gaspare Luigi Gaspari riescono a cambiare
sia i vitigni che le tecniche, per cui "la triste celebrità
del... vino cangiassi in discreta reputazione, ed i prezzi divennero vantaggiosi";
anzi, la qualità del vino di Latisana finisce col diventare talmente
buona da meritargli una popolare villotta.
Oltre al frumento, al gelso, al granoturco, alla vite, agli ortaggi e
alla frutta, ai cereali minori, al riso e alla canapa, il distretto di
Latisana è stato il primo del Friuli ad avere una risaia. Infatti
il Gaspari nel 1750 introduce la coltivazione del riso a Fraforeano,
subito imitato dal nobile de HierschelMinerbi a Titiano e dai Caratti
a Paradiso.
La progressiva eliminazione dei pascoli comuni e la scarsità di
legname da opera portano alla distruzione della foresta di pini silvestri
che copre le dune di Pineda, una località destinata a diventare
famosa due secoli dopo col nome di Lignano Pineta. Gli animali di ogni
genere che pascolano senza alcun controllo, il continuo taglio di alberi
e un incendio scoppiato il 1780 denudano completamente le dune che proteggono
la laguna e le terre interne dalle mareggiate.
Solo alla metà del 1800 si vieta il taglio di qualsiasi arbusto
e viene anche regolato il pascolo vago, per cui la vegetazione ricomincia
lentamente a ricrescere. Un'altra particolare coltura del distretto di
Latisana è la canna gentile (arundo donax), utilizzata per fare
i pettini usati nella tessitura manuale.
Negli altri territori della Bassa friulana, fra i grandi proprietari terrieri
che hanno approfittato della vendita dei beni comunali per ingrandire
le loro proprietà, spiccano i Savorgnan, la potentissima
famiglia che controlla buona parte dell'economia friulana. I Savorgnan,
con il possesso dei diritti su quasi tutti i guadi e i traghetti del Tagliamento
e le derivazioni d'acqua da questo fiume, riescono a condizionare il movimento
di merci di tutta la Bassa friulana.
Solo tardivamente Venezia, che ben conosce l'importanza di una giurisdizione
pubblica sulle acque e che in proposito dispone di una appropriata legislazione,
toglie a questa famiglia alcuni dei privilegi feudali che i Savorgnan,
col diritto e con la violenza, si sono attribuiti.
Nella causa del 1790 intentata contro i Savorgnan da una famiglia
della contea di Belgrado, giurisdizione privilegiata dei Savorgnan,
per l'uso della roggia Vilicogna a scopo irriguo e di forza motrice, la
potente famiglia è soccombente perché Venezia riafferma
il diritto dello stato contro quello feudale in materia di acque pubbliche.
La sentenza è del 1793, quando ormai la potenza sia di Venezia
che dei Savorgnan volge alla fine.
I Savorgnan, che nel 1700 secolo erano riusciti ad appropriarsi di una
parte preponderante della superficie agraria della Bassa friulana, hanno
fatto ben poche trasformazioni del territorio, almeno nella parte dei
loro possedimenti situati sotto l'amministrazione veneziana.
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