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Cultura  La STORIA della BASSA Friulana 
 
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La Bassa Friulana attorno al 1000 rapporti di produzione nel 1400: nobili, borghesi e villani.

Nel primo secolo della dominazione veneziana i feudatari conservarono sia nel Parlamento (della Patria del Friuli) che nella vita economica intatte le proprie prerogative feudali, riconosciute dalla Serenissima negli atti di dedizione di ciascun castellano alla Repubblica.

Il feudo dei Prata comprendeva 32 villaggi, quello dei Porcìa 27, dei Cucagna 26, dei Spilimbergo 22. L'aristocratica Cividale rimaneva sempre il fulcro su cui spesse volte i feudatari gravitavano politicamente, la città fino alla perdita di Tolmino aveva giurisdizione su ben 90 villaggi! (1508).

Accanto alle "ville" di giurisdizione comunale o castellana vi erano le "ville comuni" che dipendevano direttamente da Venezia. Nel corso dei primi 100 anni del dominio veneto esse vennero progressivamente infeudate, dietro versamenti di denaro, a ricchi borghesi.
L'infeudamento di questi villaggi, come dei feudi tolti a quei nobili che si erano alleati con Sigismondo, si svolse in due direzioni che avevano comunque il loro comune denominatore nel riconoscimento pieno del sistema feudale e nell'acquisto monetario dei feudi.

- La prima consisteva nell'acquisto dei nobili di interi feudi in Friuli; vediamo così Antonio Grimani acquistare per 30.000 ducati il Patriarcato di Aquileia per il figlio, i Vendramin acquistarono il feudo di Latisana per 6.000 ducati impiantando un allevamento che a metà del '500 contava 10.000 cavalli, i Gabrieli avevano feudi ad Aviano, feudi erano posseduti dai nobili Tiepolo, Berberigo e Dolfin dal Banco.
- La seconda categoria interessata alla proprietà fondiaria era composta dai ricchi borghesi friulani che acquistando i feudi si inserivano nella nobiltà castellana talvolta col diritto di sedere in Parlamento.

Per tutto il '500 e il '600 Venezia vendette a costoro castelli e giurisdizioni ricavandone diverse decine di migliaia di ducati. Fra le famiglie di mercanti e trafficanti di moneta che diventarono nobili vi sono i Formentini di Cividale, i Gubertini di Udine che ebbero in feudo Cusano, i Pancera commercianti di pelli di Portogruaro che acquistarono il feudo di Zoppola, i Mantica imparentatisi con i nobili Ricchieri di Pordenone ottennero in feudo Fontanabona, i Cossio a Zegliacco, i Manini acquistarono parte del feudo di Polcenigo, gli Arcoloniani di Udine, usurai, ebbero quello di Moruzzo e infine i Floridi, grandi mercanti di Spilimbergo ottennero nel 1514 uno dei feudi più vasti e ricchi di tutto il Friuli, quello di Prata.

La mentalità di questi mercanti non li portava a considerare la terra come mezzo di produzione bisognevole di investimenti. La loro posizione speculativa li portava a considerare i vantaggi esterni della loro posizione sociale di proprietari di terre e di villaggi.
Prosperati all'ombra dei bisogni dei feudatari, in un contesto mercantile, essi vedevano nella terra né più né meno quello che vedevano le antiche famiglie dei castellani: autorità, potenza e rendita.
Il fatto che Venezia riconoscesse tutti i diritti dei feudatari fra cui quello di tenere servi di masnada e di imprigionare i massari che risultavano insolventi del canone di affitto, non deve certo aver favorito un impegno da parte di questi borghesi-castellani a investire le loro riserve nella produzione agricola. Nell'inasprirsi dei rapporti fra villani e feudali deve aver avuto parte anche la posizione assunta da questi nuovi nobili, maestri nel trarre il maggior utile possibile da ogni situazione. La condizione sociale e finanziaria dei contadini friulani del '400 sembrava la più favorevole possibile per aumentare la rendita utilizzando al massimo il lavoro contadino.

Quando, nel 1479, Venezia provvide affinché fosse stabilito che quei coltivatori che risiedevano da 40 a 50 anni sul fondo dovevano essere considerati livellari e quindi giuridicamente liberi, i castellani e i borghesi-feudali si opposero risolutamente e assoldarono uno dei maggiori avvocati friulani del tempo: Antonio de Nordis per convincere la Serenissima a ritirare il provvedimento.
In pratica questo provvedimento avrebbe permesso a numerosi massari e coloni (e questa era la situazione più diffusa in quanto i numerosi liberati precedentemente e divenuti livellari non erano più in possesso della "litterae libertatis" attestante il loro affrancamento) di essere liberi e quindi di non sottostare alle severe imposizioni, come appunto l'imprigionamento in caso di impossibilità nel pagamento del canone.

La facoltà di imprigionare i coloni insolventi era l'arma con la quale il proprietario del fondo o il castellano legava a sè il contadino, infatti oltre che da alcuni vincoli feudali il contadino veniva vincolato anche economicamente: una carestia metteva il contadino nell'impossibilità di pagare le decime, ecco allora che interveniva il castellano-borghese che anticipava la semente, addebitando canoni e semente al contadino che, se non riusciva a rimettersi in sesto dopo pochi anni, si vedeva pignorare attrezzi, bestiame e veniva costretto a fare il servo nella casa del padrone.

Se il provvedimento di considerare livellari quei contadini che avevano lavorato il fondo da 40 anni portò un certo sollievo fra i villani altrettanto non si può dire per la facoltà dei padroni di appropriarsi dei prodotti e dei mezzi di produzione dei contadini morosi. Il provvedimento contrario a queste spoliazioni è del 1458!
In questo provvedimento si proibisce ai creditori di togliere ai contadini indebitati le biade prima che siano trebbiate e che in ogni caso non si possa fare pignoramenti prima del 15 agosto (alla fine della mietitura), era proibito inoltre pignorare attrezzi e strumenti di lavoro e le bestie necessarie ai lavori agricoli.

Nel 1461 viene vietato, oltre al pignoramento degli animali di lavoro (1458) anche quello degli attrezzi rurali, nel 1565 si proibisce di pignorare il fieno necessario agli animali e si da facoltà al luogotenente di diminuire i canoni esorbitanti con i quali il concessionario cedeva ai contadini, privi di mezzi di produzione, animali e attrezzi indispensabili a continuare la coltivazione del fondo.
Che questi divieti venissero generalmente elusi lo si può ricavare dal fatto che nel 1574, più di 100 anni dopo i primi divieti, il Doge Alvise Mocenigo ritenne necessario ribadire i precedenti divieti di pignoramento e aggiunse alla lista il divieto di pignorare gli animali necessari al sostentamento dei contadini e quello di attendere un ragionevole lasso di tempo dopo la mietitura prima di pignorare il frumento.

Per tutto il '400 la lotta fra villani e signori oltre che essere latente doveva sfociare talvolta in forme di lotta più o meno aperta dal momento che già in occasione delle Costituzioni Marquandine (1366) si faceva menzione di provvedimenti che i rurali prendevano nei confronti di quelli fra di loro che si macchiavano di mancata solidarietà, che favorivano in un qualche modo la rendita feudale. Si vedevano privare della legna e dell'acqua e si giungeva perfino a scavare una fossa intorno alla casa dei "crumiri".

Con le riforme introdotte dopo il 1420 accanto alle punizioni previste nei riguardi di queste azioni venne contemplato il fatto che qualora vi fossero agitazioni contadine che arrecassero danni alla proprietà privata (= terre livellarie e/o comuni usurpate) e che la comunità non denunciasse i colpevoli e fosse quindi solidale, spettava a tutta la comunità risarcire i danni arrecati, ai danneggiati e al giurisdicente locale veniva aggiunta una penalità di 5 libbre di denaro ciascuno.

D'altro canto la resistenza dei castellani friulani verso la liberazione dei servi è anche una resistenza ideologica, l'azienda signorile, l'economia curtense era già estinta da un pezzo, i servi che avevano ottenuto al livello un pezzo delle terre prima direttamente gestite dal signore avevano avuto la possibilità di compiere molti miglioramenti fondiari e di formarsi col tempo un'attrezzatura preziosa, ed è contro questi servi praticamente liberati nei secoli precedenti che si sviluppa il rivendicazionismo dei signori ma con il solo scopo di spellare questi servi emancipati dei frutti del proprio lavoro: costruzioni, campi migliorati, attrezzi, bestie da lavoro.

Per la mentalità feudale, questi strumenti di produzione di proprietà dei villani dovevano esser sembrati una sorta di usurpazione, di furto compiuto sulle terre della loro giurisdizione.
I castellani volevano una rendita elevata che poteva dare solo contadini liberi e nello stesso tempo pretendevano di essere gli arbitri economici e giuridici della vita dei contadini e degli strumenti di produzione che costoro si erano faticosamente costruiti.

La lentissima estinzione della servitù di masnada, se è certo uno dei fatti più importanti di questo periodo, non è certo il solo. Il più diretto intervento del potere signorile (del potere non dei quattrini) nei contratti agrari, si accompagnavano ad un restringimento delle autonomie dei contadini attraverso la progressiva vendita e privatizzazione delle terre di comune godimento, questa usurpazione degli antichi diritti utilizzati dai contadini meno abbienti si farà imponente a partire dal 1600 e per tutto il '700, ma indubbiamente già nel primo secolo della dominazione veneziana essi vennero ristretti e tolti ai benefici di alcune ville rurali.

 
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