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La Bassa Friulana attorno al 1000 i contratti agrari nel 1400.

La storia dei contratti agrari non può prescindere dall'evoluzione dei sistemi di produzione e questi ultimi si erano notevolmente evoluti durante il '300 e il '400.
Il bestiame poteva usufruire del pascolo sulle terre comuni o su quelle marginali, la scarsa disponibilità di foraggi durante l'inverno non consentiva un aumento cospicuo dei bovini e delle greggi obbligando i contadini a macellare stagionalmente molti degli animali nati nell'anno, il letame che poteva essere raccolto era molto scarso e veniva accumulato solo durante pochi mesi invernali con bestiame sottoalimentato e, quindi, pericolosamente soggetto a infezioni, esso era tenuto in alto conto e non poteva, pena la decadenza del contratto, essere utilizzato se non nelle vigne o nei campi del feudo, in genere veniva mescolato con terra formando terricciati.
L'intensificazione delle colture costringeva i contadini a utilizzare come concime tutto quello che si poteva (pozzo nero, terre dei fossi, urine ecc.).Nei contratti di colonìa (affitto misto) e di mezzadria stipulati in questo periodo, appare un elemento comune: l'enorme diffusione del vigneto che si era affermato già nel '300.

E' interessante esaminare qual'era la divisione dei prodotti.
In un documento del 1506 al padrone veniva dato 1/3 dei cereali, dei legumi, delle rape e del lino, il vino e le noci venivano divise a metà, le vinacce al conduttore "però sgocciolate", nella divisione delle biade prima veniva tolta la semente e poi si divideva, il padrone dava 1/3 di ogni semenza.
Nelle entrate della famiglia Brandis di Cividale alla fine del '400 esistevano numerosi contratti con canoni fissi in natura: 18 campi (5,5 ha) e 6 settori di prato (6 giornate a falciare) davano 7 staia di frumento, 3 di avena e 3 di miglio, 3 orne di vino e 3 galline, rendita non eccezionale ma comunque molto elevata date le rese del tempo e grossomodo corrispondeva a più di 1/3 del valore dell'intera produzione.

Canoni fissi in natura sono richiesti in tutto il Friuli in quantità abbastanza variabile: in un contratto novennale fatto a Fanna nel 1473 si affittava un maso per un affitto annuo di 3 staia di frumento, 4 orne di vino (6,5 hl.), 1 spalla di maiale, 1 gallina, 2 polli e 12 uova e un carro di legna.I canoni fissi in natura appaiono non eccessivamente gravosi anche se si deve pensare che facilmente i raccolti venivano distrutti o per guerra o per fenomeni atmosferici, in genere riguardano piccole affittanze.
Nel feudo di Belgrado se ne ha una riguardante 12,5 campi (4,4 ha) con 8 settori, fatto a Varmo nel 1503, paga 2 staia di frumento, 1 di miglio e 1 di sorgo, 2 orne di vino, 2 galline, 1 spalla di porco e 8 denari; in un altro dello stesso anno a Sedegliano, un maso di 13,5 campi con 3 settori, da 2 staia di frumento (178 litri), 2 di miglio, e metà del vino, tutti i canoni fissi riguardanti altri masi e campi della famiglia Belgrado, sembrano relativamente modesti rispetto a quelli praticati nel resto del Friuli negli stessi anni.

Dello stesso parere era nel 1508 il provveditore veneziano, che si era insediato dopo la cacciata degli imperiali, tutti gli esperti interpellati concordavano nel dire che molti beni erano affittati " per una miseria " dai capitani, posti dal conte di Gorizia, che preferivano farsi corrompere dagli affittuali anziché amministrare il feudo in nome della famiglia Belgrado.
Il feudo Belgrado comprendeva allora 4 villaggi con 6.830 anime e rendeva 220 ducati fra fitti e livelli, 45 staia di frumento dal mulino signorile, 25 ducati ricavati dalle condanne pecuniarie.Il provveditore e gli "esperti" pensavano che le entrate si potessero facilmente raddoppiare!
La esiguità di questi canoni rispetto alla potenzialità della rendita di questo feudo è suffragata dal fatto che nel 1514 del feudo di Belgrado, assieme a quello di Castelnuovo, ne venne infeudato l'eroe della difesa di Osoppo contro le truppe imperiali, l'unico nobile che riuscì a contrastare vittoriosamente il Frangipane: Girolamo Savorgnan, ricoperto di onori e di ricchezze dalla Serenissima non poteva certo ricevere feudi di poco conto.

La contea di Belgrado comprendeva Bertiolo, Flambro, Talmassons, Virco, Lestizza, doveva quindi fornire una rendita considerevole, per di più i Savorgnan esercitarono il diritto di giurispatronato sulle chiese di Belgrado, Talmassons e Flambro con molta cura dal momento che queste chiese assicuravano entrate cospicue sia per rendita sia per offerte e decime, così vediamo i pievani di S. Maria di Flambro dal 1500 fino al 1800 esser membri della famiglia dei Savorgnan, naturalmente non è pensabile che un Savorgnan, vescovo di Zara, attendesse agli uffici di pievano, però le rendite che il giuspatronato gli procurava erano certamente allettanti.
La relativa modestia della rendita delle terre del feudo di Belgrado nel 1503 era dunque un fatto eccezionale e a cui, come abbiamo visto, si pose subito rimedio.

I terreni delle colline friulane sono in genere molto profondi, ricchi di humus e intrinsecamente più fertili di quelli della pianura, le loro rese erano già elevate come è dato da un campo affittato a Nimis nel 1513 per 1 staio di frumento, il loro incremento produttivo e dei canoni doveva passare attraverso sistemazioni collinari molto impegnative per il padrone e fuori dalla portata della maggior parte dei contadini, i canoni fissi in natura erano quindi quelli che avevano maggior simpatia dei padroni, tenendo conto anche del fatto che i terreni di collina, più difficili a concimare e quindi potenzialmente passibili al lungo periodo di rese decrescenti, erano anche quelli più esposti alla grandine o alle precipitazioni molto violente che data la scarsa resistenza dei grani, non certamente selezionati all'allettamento, potevano vanificare i raccolti.
Se nelle colline i canoni fissi sfruttavano appieno i sistemi di produzione abbastanza statici e i rischi stagionali, nei terreni della pianura, fertili o più facili da coltivare si assiste di regola a contratti parziali particolarmente gravosi.

In uno di questi stipulato nel 1505 a Laipacco si concede per 5 anni un maso, i canoni consistono in 1/3 dei cereali e dei legumi sgusciati, un maiale di 200 libbre, metà del vino, vinello e vinacce, il conduttore deve seminare 12 staia di segale e 20 di frumento, e non più di 8 campi a cereali minuti, tutta la semente è a carico del contadino e questo particolare ci dimostra come nella realtà il padrone si pigliasse la metà della produzione netta dei cereali e dei legumi riservandosi inoltre il diritto di permettere la mietitura e di dividere i covoni sul campo, questo per evitare eventuali appropriazioni da parte del contadino prima della mietitura o durante il trasporto nell'aia, il contadino deve pagare il gastaldo inviato a controllare la mietitura, deve tenere 2 coppie di buoi per l'aratura, non può pascolare il bestiame e deve obbligatoriamente usare le paglie o per lettiera del bestiame o per ricoprire il tetto delle case (sic).

Il divieto di pascolo e l'uso delle paglie ci fanno pensare a una maggiore coscienza e regolarità dei cicli colturali, il bestiame rimane chiuso nelle stalle, viene alimentato con erbe, fieno, foglie di alberi ecc. e si riesce così ad accumulare quantità interessanti di letame.
Letame forniscono anche i maiali e si può pensare che esso sia utilizzato nei campi di lino e nelle vigne; il contadino deve infatti coltivare un campo di rape e uno di lino la cui semente e la totalità del prodotto sono del padrone, da parte sua il conduttore ha diritto (sic) di coltivare per sè un campo di lino e uno di rape.
L'uso del letame e il modesto sviluppo della zootecnia si legano in questo contratto con una coltura industriale, il lino, il cui pregio non viene intaccato dal fatto che una buona parte del raccolto venga utilizzato entro le mura domestiche. La coltura del lino appare in molti contratti dell'epoca.

Le prime lavorazioni venivano fatte direttamente dai contadini e il prodotto semilavorato veniva poi acquistato da qualche mercante e/o artigiano che lo trasformava in tessuti signorili.
Accanto alle colture industriali come il lino si assiste, nel corso del '400, ad una certa specializzazione colturale introdotta per soddisfare le esigenze mercantili del proprietario; in un contratto stipulato a Venzone nel 1442 si afferma che se il contadino porterà letame fuori dal fondo perderà ogni diritto sui beni affittati, andando a guardare i termini del contratto vediamo come l'importanza attribuita allo stallatico sia pienamente in linea con la forma di rendita che gravava sul fondo.
Vengono affittate case, stalle, terreni (ronco) e otto vacche e prati contro un canone di metà del vino prodotto, metà dei vitelli, le vacche saranno divise a metà dopo 8 anni, tutto il latte e formaggio rimangono al contadino.

Non sono menzionate le biade e quindi è probabile che o venissero prodotte per il solo consumo contadino secondo le consuetudini, o che non fossero prodotte affatto, d'altra parte 8 vacche e i vitelli non sono certo poca cosa in un'economia agricola caratterizzata da una scarsa base foraggera e dalla cronica mancanza di fertilizzanti.
Il contadino doveva poi spietrare il terreno e il proprietario doveva fare impiantare una vigna, l'affittanza era perpetua ed è chiaro che il letame prodotto da una stalla per quei tempi rara doveva far fruttare la vigna dalla quale proveniva quasi tutta la rendita.
Ser Giorgio Radiussi, il locatore di questo ronco, aveva delle idee molto chiare in fatto di rendita: vino e carne, cose grosse e ricche se si pensa che tutta la zona di Venzone, Gemona, Artegna era molto rinomata per i suoi vini richiesti oltre i confini della Patria.
Se il vino e la carne, due prodotti sempre presenti alla mensa dei castellani e dei borghesi feudali, entrano più o meno vistosamente in una produzione relativamente specializzata si deve sottolineare anche l'introduzione ai primi del '500 di una coltura che occuperà tanto spazio nel peggioramento dei rapporti di produzione e nelle condizioni di vita delle masse rurali: il baco da seta.

Accanto alla lana e al lino la coltura del baco faceva elevare la produzione di tessuti per soddisfare la sempre pressante richiesta di vesti, corredi ecc. dei nuovi e vecchi ricchi.
La coltura dei gelsi e il massacrante lavoro per produrre il nobile baco, "il cavaliere", viene quindi introdotta in tutto il Veneto e in Friuli, nell'arco di pochi decenni e diviene per tutti i contadini l'incubo per oltre 300 anni di subordinazione al signore: un servaggio nella servitù.
Non è un caso che questo nuovo onere imposto alla famiglia contadina al completo venisse introdotto nel '500, questo secolo appare nella storia friulana il secolo di passaggio da uno sfruttamento del lavoro contadino relativamente primitivo ad uno più consono alle esigenze di sempre maggiore appropriazione dei frutti di questo lavoro, siano essi prodotti agricoli o miglioramenti fondiari.Erano proprio questi miglioramenti fondiari quelli che maggiormente pesavano nella giornata di fatica del contadino, e che non venivano assolutamente riconosciuti!

 
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