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La Bassa Friulana tra il 1920 e la seconda guerra mondiale.
L'estensione delle aree coltivate era uno degli obiettivi del governo,
che dedicò a questo scopo somme ingenti e varò leggi indubbiamente
efficaci per intervenire nelle aree sottoutilizzate.
Il Testo Unico delle leggi sulle bonifiche delle paludi e dei terreni
paludosi (D.R. 30 dicembre 1923, n. 3256) e la legge Serpieri (18 maggio
1924, n. 753), con tutto il corollario di leggi, decreti e provvedimenti
vari che queste due leggi fondamentali si tirarono dietro, fra cui la
legge 24 dicembre 1928, n. 3134 sulla bonifica integrale e il R.D.L. 13
febbraio 1933 n. 215 completamento definitivo della «legge Serpieri»,
permisero una serie di trasformazioni delle condizioni fisiche, delle
possibilità produttive e della situazione sociale di tutta la Bassa
friulana.
Pur tuttavia molte delle speranze iniziali andarono deluse a causa della
lentezza con cui le opere previste dalle leggi poterono essere iniziate
per la scarsità dei fondi stanziati, sempre insufficienti rispetto
alle esigenze.
Inoltre tutte le iniziative procedevano lentamente; le cause di questi
ritardi sono, di tre tipi: i danni provocati dalla guerra, l'arretratezza
di tutto il territorio friulano in materia di bonifica e una certa freddezza
da parte del governo centrale per i problemi del Friuli in genere ~ s.
Le vicende che hanno portato alla costituzione del Consorzio di Bonifica
della Bassa Friulana sono analizzate in altra parte di questa opera, ma
qui, nel capitolo dedicato alle trasformazioni dell'organizzazione territoriale
del Friuli meridionale, vale la pena di ricordare che tutte queste iniziative
ebbero il conforto della presenza attiva e assidua di personalità
di primo piano nel campo delle scienze e dell'amministrazione come il
prof. Domenico Feruglio, l'ing. Lionello Ferrari e l'ing. Gino Tonizzo,
che approntarono i primi progetti per la sistemazione idraulica dell'area,
e il senatore Cesare Mori, già prefetto in Sicilia, che fu fondatore
e primo presidente del «Consorzio di Il grado per la Trasformazione
Fondiaria della Bassa Friulana».Le opere di bonifica e tutta la
trasformazione fondiaria ebbero però alla fine un effetto positivo
su tutto il quadro socio-territoriale della Bassa friulana.
Un poco alla volta, la pianura friulana cominciò ad entrare nel
sistema produttivo della provincia e da area emarginata e chiusa in un'economia
prevalentemente di autoconsumo diventò una parte funzionale di
una regione economica che si allargava e si specializzava sempre di più.Fra
i centri abitati, che prima delle bonifiche erano scarsamente collegati
fra di loro e con le città e i punti di mercato della pianura veneto-friulana,
si venne intessendo una trama sempre più fitta di strade che finirono
col togliere dall'isolamento i borghi più piccoli e le nuove sedi
costruite in conseguenza della bonifica.
Anche le nuove tecniche agronomiche contribuirono a trasformare la mentalità
e le abitudini degli agricoltori locali. Tutta l'azione promozionale a
favore di un'agricoltura moderna iniziata con la cosiddetta «battaglia
del grano» (1925), introdusse, in un ambiente fino ad allora legato
a tecniche per lo più manuali e antiquate, le motoaratrici, le
macchine seminatrici, le mietitrici, i concimi chimici e l'uso di sementi
ibride.
Una delle colture introdotte nelle aree di bonifica fu la barbabietola
da zucchero che dai 60 ha impegnati nella Bassa friulana nel 1922, giunse
a 204 ha nel 1927 (per poi salire ancora nel secondo dopoguerra, con una
punta massima nel 1970).
Nel 1937 si costruì un zuccherificio a Cervignano, mentre lo sviluppo
della viticoltura fece sorgere a Latisana, nel 1929, una delle prime cantine
sociali del Friuli.
Le nuove tecniche modificarono la mentalità della popolazione locale,
che cominciò a guardare all'agricoltura non più con lo spirito
rassegnato, ma come a una attività che poteva garantire condizioni
di vita buone. Negli anni '30 la Bassa friulana subì un'altra consistente
trasformazione, perché per la prima volta diventò sede di
una moderna attività industriale. La presenza abbondante nelle
aree umide di una canna particolarmente adatta all'estrazione della cellulosa
(la arundo donax) fu all'origine del progetto della Snia Viscosa per costruire
in questa zona un vasto complesso agroindustriale destinato alla produzione
della cellulosa e delle fibre sintetiche, che, in un periodo di difficoltà
nelle importazioni delle libbre naturali, sembravano offrire ottime prospettive
economiche.
Una antica proprietà dei Savorgnan, passata da questa famiglia
ad altre mani dopo che nel 1690 i Savorgnan avevano tentato di bonificarla,
venne acquistata nel 1937 dalla grande azienda lombarda e il piccolo e
ormai quasi abbandonato centro di Torre di Zuino, allora in comune di
San Giorgio di Nogaro, diventò Torviscosa.
Sulle cause e sulle conseguenze della costruzione di questo complesso,
al centro di una delle aree più povere e degradate di tutto il
territorio friulano, in una zona infestata dalla malaria, vi sono molte
interpretazioni, da quella che giudica questa iniziativa come un esempio
perfetto di intervento su un territorio sottosviluppato sia sotto il profilo
ambientale che sotto quello sociale, a quella che vede nella nascita di
Torviscosa una intromissione pilotata dall'esterno in un ambiente socialmente
«sovversivo», allo scopo di modificare radicalmente le caratteristiche
culturali e renderlo così più controllabile.In qualsiasi
modo si giudichi questo intervento sotto il profilo politico, la nascita
di Torviscosa fu certamente un motivo di evoluzione di tutto il territorio
circostante.
Torviscosa fu prima di tutto un esempio notevolissimo di pianificazione
territoriale, perché il nuovo centro abitato rappresentò
un netto miglioramento rispetto all'edilizia che in quel tempo veniva
praticata per edificare i centri di bonifica.Le case di Torviscosa erano
certamente innovative, come standard abitativo, rispetto a quelle di tutta
la Bassa friulana, e rappresentarono un esempio di notevole interesse
per questo genere di edilizia.
Nell'ambito delle grandi opere di sistemazione della Bassa friulana realizzate
nel quadro delle leggi di bonifica ci fu anche la strada che, attraverso
una sottile striscia di terra e superando il canale della Litoranea Veneta
con un ponte girevole, collegava Latisana alla penisola di Lignano, rendendo
così inutile il costoso e lento collegamento attraverso la laguna,
da Marano e Lignano.
La strada venne completata, nella prima progettazione, nel 1926, ma risultò
di difficile manutenzione, tanto che il comune di Latisana, che non aveva
grande interesse, allora, per lo sviluppo del centro turistico, non le
dedicò mai grandi cure.
Dopo la realizzazione del primo collegamento stradale (rifatto in maniera
più efficace fra il 1935 e il 1942 ad opera della Provincia) Lignano
non crebbe molto, anche perché la crisi economica della fine degli
anni '20 non permetteva certamente l'accesso al turismo balneare se non
di gruppi sociali molto ristretti. Solamente verso la fine degli anni
'30 ci fu una ripresa dell'interesse verso Lignano.
Nel 1935 Lignano venne dichiarata «stazione di soggiorno»
e dotata di alcuni servizi essenziali; nello stesso anno il suo nome cominciò
ad arricchirsi dell'appellativo di «Sabbiadoro», una
felice invenzione giornalistica (diventata ufficiale nel 1958 quando il
centro si costituì in comune autonomo, separandosi da Latisana)
che contribuì non poco alle successive fortune del centro. Nel
1936 venne approntato il primo piano regolatore del centro, a sviluppo
lineare lungo la duna costiera, dove lo Stato costruì quell'opera
nota come «lungomare», ma che in realtà venne progettata
come pista per aerei. In effetti le due opere pubbliche più importanti
costruite a Lignano prima della seconda guerra, il «lungomare»
e la «darsena», sono due opere militari, peraltro mai
utilizzate come tali: il «lungomare» venne costruito come
una pista per aerei, mentre la «darsena» era in realtà
non un porto per imbarcazioni ma un idroscalo.
Altre due opere contribuirono in quegli anni a gettare le basi delle fortune
del centro: la "terrazza a mare" e la colonia elioterapica.
La «terrazza a mare», destinata a diventare subito
uno dei punti più caratteristici del centro, era in realtà
uno stabilimento in legno destinato a essere sistemato sul Danubio, a
Vienna, e ceduto dall'Austria all'Italia in conto riparazioni di guerra.
Alla vigilia della guerra il centro balneare ormai era solidamente affermato
e ricco di ville private, di servizi (nel 1939 venne costruita la chiesa)
e di strutture, ma per affermarsi definitivamente come uno delle più
importanti spiagge italiane Lignano dovette attendere gli anni postbellici
del miracolo economico. Nel periodo fra le due guerre la Bassa friulana
subì dunque importanti trasformazioni nella sua organizzazione
territoriale.
L'azione di bonifica, anche se rimasta incompleta, dette impulso a tutta
una serie di iniziative che finirono per segnare una svolta nella storia
di questa parte del Friuli. Mentre le paludi e gli acquitrini rappresentano
sempre una causa di freno a ogni iniziativa, e condannano l'area su cui
dominano a una paralisi sociale e culturale prima che economica, le iniziative
di trasformazione territoriale non solo eliminano la causa prima del sottosviluppo,
ma introducono nell'area interessata nuove idee, nuove tecnologie, nuovi
modelli comportamentali, rompendo così in poco tempo situazioni
di stagnante depressione.
Così avvenne per la Bassa friulana. L'effetto più importante
dei primi anni della bonifica fu quello di aver fatto capire a tutti,
anche a chi vi abitava, che anche questo territorio poteva diventare una
componente essenziale dell'economia friulana e che valeva la pena di continuare
nell'azione iniziata perché le prospettive erano certamente favorevoli.
Grazie alla bonifica, il Friuli produttivo si allungava così a
sud, dalla linea delle risorgive alla laguna e alla costa adriatica.

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