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La Bassa Friulana attorno al 1000
-Paesaggio Agrario attorno al 1000-
Le antiche strade romane che attraversano il Friuli verso il Norico e
l'Illirico (Via Julia Augusta, Via Postumia, Via Gemina, Via Annia ecc.)
lasciavano ai margini vastissimi boschi, paludi, praterie, lungo queste
vie si erano formate numerose ville, Curtis, centri di vita agricola
e rurale in cui pascolo e colture erano collegate in un'unica attività
agricola, con molti campi aperti e pochissimi recintati tra il paesaggio
del "saltus" ove selve e pascoli erano gli elementi dominanti
interrotti solo da qualche coltura temporanea nelle radure, era questo
il paesaggio dominante nella pianura friulana appena accennato nella donazione
di terre fatta dai fratelli Erfo e Marco ai monasteri di Sesto e di Salto
nel 762 e da Carlomagno agli stessi monasteri nel 781.
Le selve si estendevano ai lati delle strade romane, seguivano il corso
dei fiumi e prosperavano in tutte quelle zone paludose e acquitrinose
che dovevano estendersi al di sotto della fascia delle risorgive sia alla
sinistra come alla destra del Tagliamento fino al Livenza e oltre da una
parte, fino al Natisone e all'Isonzo dall'altra.
Boschi di querce e faggi, ampie pinete lungo i litorali ove la caccia
al cinghiale, al lupo e ad altra selvaggina minore era praticata su vasta
scala, veniva praticato l'allevamento brado di suini per le favorevoli
condizioni ambientali e allo scopo di ottenere le essenziali risorse alimentari
di grassi, altrimenti carenti.
L'agricoltura medioevale, secondaria rispetto all'allevamento brado e
alla caccia, era fondata sulla cerealicoltura, i terreni con pochi arbusti
delle Curtis signorili venivano dati alle fiamme (debbio) e quindi arati
più o meno sommariamente dal momento che la terra disponibile era
tanta e non interessava la quantità di raccolto per unità
quanto la resa totale.
La cerealicoltura su un gran numero di appezzamenti rendeva molto più
uniforme di oggi il paesaggio delle terre coltivate, i campi erano aperti
in quanto dopo la mietitura ritornavano a essere pascolati e talvolta
stavano molti anni prima di essere di nuovo messi a coltura. La mancanza
di qualsiasi chiusura lasciava i campi di miglio, sorgo, farro e frumento
esposti alle devastazioni dei cinghiali o degli stessi maiali e pecore.
I nomi di luoghi ci permettono talvolta di individuare le caratteristiche
geologiche, ambientali e colturali che quei posti possedevano nei secoli
passati, così Campoformido (= campo caldo) è menzionato
già dal XIII secolo, Nogaro, Nogaredo stavano probabilmente a indicare
boschi secolari, Poiana (Attimis, Cividale ecc.) stava ad indicare un
prato in mezzo al bosco, Ronchi o Ronchis da roncare, liberare con la
roncola i terreni dagli arbusti, Panigai prendeva il nome da antiche colture
cerealicole (pianta di panico) che predominavano in quasi tutto il Friuli
sul frumento, così Richinvelda indicava l'area per il pascolo (vichweiden),
Angorie (Langorie o langoria) indicava una lunga striscia di terreno coltivato,
Arvenis da arvum = campo arativo, Altana (S. Leonardo di Cividale sec.
XIII) era un'aiuola ortiva in pendio probabilmente vitata.
Queste ultime terminologie e altre di cui non conosciamo l'esatta genesi,
ci portano a considerare la forma che i campi andavano assumendo con il
progressivo estendersi delle colture e degli abitati in zone precedentemente
destinate al pascolo.
Nell'attività rurale del Friuli dei sec. XI-XIII il pascolo aveva
un rapporto economico tutt'altro che trascurabile nella economia dei villaggi,
il recintare le terre era severamente proibito dalle comunità,
il possesso privato delle terre di una zona era subordinato ai diritti
della collettività, nello stesso tempo, soprattutto nelle terre
più vicine alle capanne, era necessario coltivare gli indispensabili
cereali.
La comunità rurale stabiliva annualmente la parte del territorio
da coltivare e la divideva fra le singole famiglie, stabiliva qual era
il periodo per l'aratura e quello per la raccolta in modo che il bestiame
ad una certa data potesse pascolare liberamente sulle stoppie (i cereali
venivano falciati appena sotto la spiga), il bestiame necessario all'aratura
era raro e costoso, era giusto quindi che i solchi fossero più
lunghi possibile e tutte le porzioni familiari vicine le une alle altre,
questo sistema di rotazione coatta e di lavoro collettivo era riconducibile
al criterio, fondamentale nel medioevo, che le terre dovevano essere di
utilità pubblica prima che individuale e che un campo privo di
messi non era più passibile di appropriazione individuale per cui
le greggi di tutti potevano a una certa data pascolare su tutto.
L'universo rurale era ristrettissimo e se non si fossero rispettate le
elementari regole della natura (maggese pascolato-cereali) e del fluire
delle stagioni la stessa collettività rurale avrebbe finito per
perdere la propria identità sociale e produttiva.
Campi lunghi o quadrati, irregolari che fossero, essi rimanevano circoscritti
nelle dirette vicinanze dei villaggi o delle Curtis, immersi per così
dire in un ambiente essenzialmente silvo-pastorale fino almeno al secolo
XII.I grandi dissodamenti durarono fino al 1200 in tutta l'Europa e in
Friuli sembra per un periodo più lungo, è questo il periodo
in cui le nuove "villae" sorgono per interessamento dei monasteri
o per l'unirsi spontaneo di cacciatori e pastori.Le varie Villenuove presenti
in Friuli ebbero probabilmente origine in questi secoli.
-La vita nelle Campagne attorno al 1000-
Gli abitanti delle "Curtis" e dei villaggi posti lungo le strade
romane si erano spesso salvati dalla furia degli invasori, rifugiandosi
in quei fitti boschi che coprivano buona parte della pianura. I mezzi
tecnici allora impiegati in agricoltura erano cosí primitivi che
pochi giorni di lavoro intorno a grossi rami o piccoli tronchi garantivano
gli utensili per smuovere un sottile strato di terra e seminare qualche
cereale.
La vera lotta era contro gli alberi, in essa necessitavano preziosi attrezzi
in ferro; l'attacco alla foresta era compiuto da un insieme di operazioni
e di attività rurali (pascolo, caccia, raccolta di miele e cera,
pece e resine ecc.).
L'ambiente naturale che circondava la capanna del contadino-pastore era
solo sporadicamente attaccato dall'aratro o dalla vanga, al di là
dei campi esisteva una natura tutt'altro che domata e pronta a prendere
il sopravvento sulle colture di biade minute e di ortaggi (che entravano
notevolmente nella dieta alimentare del medioevo).
Le bassissime rese (2 volte la semente) e gli eventi naturali e ambientali
potevano vanificare il lavoro sui campi per annate intere, il bosco allora
assumeva il carattere di riserva, di dispensa inesauribile: selvaggina,
tuberi, bacche, ghiande, castagne, prugne selvatiche, fragole, funghi
e soprattutto il miele che nel medioevo aveva una fondamentale importanza
occupando il posto che lo zucchero attualmente ha nella nostra dieta.
Il sistema di decime e onoranze pagate sui "novali" contemplava
molte volte obblighi di "luminaria" ad un altare, la cera era
anche legata a certe affrancazioni per cui i servi una volta liberati
dovevano fornire cera al santo patrono del nobile o della chiesa su cui
il nobile aveva giuspatronato. Il Friuli dell'epoca, a parte i numerosi
corsi d'acqua, aveva numerosi laghetti, stagni, paludi; i pesci pescati
nel mare dovevano essere consumati sul posto o, salati per prendere la
via delle mense cittadine, nelle campagne la pesca d'acqua dolce era molto
più sviluppata di oggi in quanto forniva molti elementi nutritivi
preziosi e altrimenti difficili da reperire. La giornata del contadino
friulano del XI-XIII secolo era divisa fra i campi, le rive dei fiumi,
degli stagni e le boscaglie.
La rotazione agraria più diffusa era quella biennale (maggese-cereali
invernali) molti terreni non rispettavano alcuna rotazione, dopo uno o
due raccolti consecutivi il campo veniva fatto pascolare per molti anni
e ritornava solo sporadicamente a essere coltivato. Nelle aree più
densamente popolate (colline, anfiteatro morenico, ecc. che erano anche
quelle a clima più salubre) si era diffusa sin dall'epoca franca
la rotazione triennale, una parte dei campi era seminata in autunno a
segala o frumento o altri cereali invernali, una seconda veniva seminata
in primavera ed aveva, miglio, legumi, panico ecc. la terza veniva lasciata
a maggese, il secondo anno il primo campo era seminato in primavera, il
secondo lasciato a maggese, il terzo a colture primaverili, il vantaggio
produttivo sulla rotazione biennale era del 50% e inoltre i raccolti si
distribuivano più uniformemente nell'annata agraria.
Nel medioevo l'orto rivestiva grande importanza; gli ortaggi si dividevano
in erbe e radici ed erano fondamentalmente di origine selvatica: le rape,
le bietole, le cipolle, l'aglio, i cavoli, il crescione, i radicchi, solo
per citarne alcuni, erano coltivati assiduamente non solo nelle vicinanze
dei monasteri ma anche in quelle chiusure cintate vicine ai borghi e alle
terre dei castelli, l'orto forniva quelle essenze aromatiche e nutritive
essenziali per tutta la medicina e la farmaceutica del tempo.
-Le Colture Agrarie attorno al 1000-
Le esigenze delle gastaldìe e degli amministratori della curia
patriarcale favorivano certe colture, in genere venivano richiesti canoni
fissi in vino, merce di facile vendita e prestigiosa per la cantina patriarcale,
in frumento, anch'esso molto commerciabile, in avena indispensabile alle
stalle signorili.
L'avena non doveva essere molto coltivata e probabilmente serviva solo
alle scuderie patriarcali e/o signorili per cui la coltivazione veniva
imposta ma non divenne oggetto di grande coltura, tuttavia con l'estendersi
dei commerci nel XIII secolo il cavallo assunse un ruolo decisivo; a Gemona
si contavano circa un migliaio di cavalli per il trasporto di merci, non
sappiamo con certezza se in questo secolo i cavalli venissero usati nell'aratura
al posto dei buoi, comunque il valore di un cavallo non sembra particolarmente
elevato se esso viene equiparato a 166 giornate lavorative.
Il frumento assieme al vino è l'elemento predominante nella corresponsione
dei censi in natura, doveva avere una naturale influenza nell'organizzazione
dei cicli colturali, esso però entrava raramente nell'alimentazione
dei rurali. Alimento ricco, molto richiesto nelle corti signorili ed ecclesiastiche,
merce di qualità, veniva venduto a prezzi allettanti ed era oggetto
di un traffico meno Irregolare. Nel periodo di sviluppo economico dei
secoli XII e XIII, le usanze aristocratiche influenzarono le pratiche
colturali per cui la coltura del frumento progredì ma il suo consumo
rimaneva ristretto al buon pane bianco delle corti signorili o di alcuni
ricchi mercanti di città.
Fra i cereali seminati in autunno un posto di rilievo doveva appartenete
alla segale, questo cereale che sopporta bene il freddo dà delle
buone rese sui terreni messi da poco a coltura e perciò ricchi
di humus, è molto più produttivo del frumento in quanto
tollera anche reazioni anomale del terreno rimanendo produttivo sia su
terreni con Ph4 come su quelli con Ph8 mentre il frumento coltivato su
terreni dissodati da poco dei boschi o delle lande non tollera l'eccesso
di humus, allettandosi ancora più facilmente.
Il pane nero che era il fondamento dell'alimentazione popolare nel medioevo
doveva, quindi, contenere senz'altro più segale che frumento, altri
cereali minori entravano comunque nella composizione del pane consumato
dai contadini e dai rurali, questi cereali minori venivano seminati in
primavera e raccolti a settembre-ottobre, commercialmente il miglio e
il panico valevano metà del frumento, dell'avena e della segala,
avevano lo stesso valore della fava.
Non sappiamo precisamente il posto occupato da un altro cereale primaverile,
l'orzo che assieme all'avena doveva coprire il terreno da aprile a settembre,
l'avena come la segale preferisce i terreni acidi, quelli nati sul dissodamento
di boschi, in questi terreni riesce meglio del grano, l'orzo, pur essendo
meno ricco di proteine del frumento e della segale aveva il grosso vantaggio
di poter essere seminato in primavera e di essere consumato quindi durante
l'inverno.
Lo svilupparsi delle colture primaverili, avena, orzo, miglio, panico,
sorgo, ebbe un ruolo determinante nel rendere più stabile il tenore
di vita delle masse rurali; nelle annate peggiori si poteva sempre contare
su una delle due semine, inoltre questa coltura mista permetteva di utilizzare
meglio la manodopera domestica e il bestiame da lavoro durante tutto l'anno.
Ben presto i contadini dovevano accorgersi a proprie spese che non si
potevano coltivare i terreni dissodati da poco per molti anni di fila,
doveva essere quindi applicata una coltura itinerante, non possiamo assolutamente
descrivere le rotazioni praticate in Friuli nei sec. XII e XIII in quanto
non esistono dati attendibili, esisteva una grande variabilità
e libertà, probabilmente nel XIII secolo in virtù di tecniche
ormai diffuse specialmente dagli ordini religiosi (Benedettini, Cistercensi)
si iniziava ad applicare in qualche contrada il sistema di rotazione triennale
(grano, marzuolo, maggese), dal momento che quello dei "due campi"
(uno coltivato e uno a riposo) veniva via via soppiantato dall'introduzione
delle colture primaverili.
Oltre ai cereali venivano infatti coltivate numerose leguminose come veccia,
piselli e soprattutto fave, queste leguminose a elevato potere nutritivo
e di resa elevata ricostituivano la fertilità del terreno restringendo
quindi la parte dei terreni lasciati a riposo. Miglio, panico e fave coltivate
per tutto il XI, XII e XIII secolo in quantità crescente occupavano
buona parte del lavoro contadino, arrivando in alcune zone a essere l'alimento
di base in virtù appunto dell'elevata resa unitaria rispetto ai
cereali pregiati.
La resa del frumento, orzo e segala era mediamente intorno a 2,5 volte
la semente arrivando nei casi particolarmente favorevoli a 4 per uno,
rese così basse danno la giusta misura della tecnica colturale
del tempo, aratura e mietitura imperfetta e soprattutto mancanza di concimazioni.
Il bestiame bovino, ovino e suino viveva all'aria aperta e il poco letame
che si raccoglieva veniva riservato agli appezzamenti nelle dirette vicinanze
della capanna contribuendo a formare quel terreno ortivo così importante
nell'economia di questi secoli.

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