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ANNO
1996
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Penso non vi sia
alcuno a San Giorgio, ancorché carico d'anni come me, che abbia
memoria della famiglia Muschietti, la quale, agli inizi del secolo,
dimorava nella casa retrostante a quella definita - chissà perché
- "palazzina", prospiciente la via Lovar. Questa era abitata dai
miei nonni Pascolutti e, dal gennaio del 1915, a causa dell'incombente
aria di guerra, da noi Volpat, provenienti da Trieste, con esclusione
di mio padre. Il capo famiglia dei Muschietti, Enea, da me visto
a San Giorgio si e no tre quattro volte, è il protagonista principale
di questi miei antichi aggrovigliati ricordi. Desidero premettere
che in un breve arco di tempo la famiglia Muschietti scomparve da
San Giorgio senza lasciare di sé traccia alcuna; almeno per quanto
m'è dato sapere. Come parente e con discreta memoria posso ricordare,
almeno in parte, le vicende che la portarono al dissolvimento. Con
questo intento penso di fare cosa non inutile in quanto tali vicende,
non proprio comuni seppure naturali, possono suscitare qualche interesse
in coloro che della storia civica di San Giorgio sono cultori o
comunque solo curiosi di conoscere le umane vicende di talune famiglie
cresciute o insediatesi in paese quando esso, pur non privo di talune
peculiarità, non poteva certo essere definito come luogo all'avanguardia
per i progressi del tempo. In dipendenza della guerra 1915-18 San
Giorgio divenne improvvisamente località molto importante stante
i vari insediamenti di carattere militare in esso subitamente sorti.
Da ricordare in particolare la cosiddetta Università castrense per
allievi ufficiali medici, il vasto parco del Genio, gli ospedali
da campo a sovrintendere i quali vi era la Duchessa d'Aosta consorte
del comandante la 3a Armata (era ospitata presso la famiglia Canciani
a Villa Dora). Da non trascurare poi l'importanza della sua posizione
e, soprattutto, del suo nodo ferroviario. Ma il parlarne più a lungo
ci porterebbe fuori della storia che mi sono prefisso di raccontare.
Allo scoppio della guerra, quando il suo capo, richiamato, partì
per il fronte, la famiglia Muschietti era composta da Maria (Mariute)
Pascolutti, cugina di mia madre e dai figli Francesco (Checchi)
e Umberto. Cosa fosse e cosa allora facesse Enea l'ho sempre ignorato.
Sapevo soltanto ch'egli apparteneva ad una nobile famiglia di Portogruaro
e che nei primi anni del secolo, forse per puro caso, aveva conosciuto
e s'era infiammato d'amore per la bionda attraente Mariute portandola
in breve tempo all'altare. Ebbero, come sopra detto, due figli:
Checchi che aveva la mia età e del quale dirò più avanti e Umberto
d'un paio d'anni più giovane. Questi, al tempo cui mi riferisco,
era un bimbo quieto, poco espansivo, paffuto e roseo, dai capelli
biondi ricciuti. Amava trastullarsi solingo con giocattoli di fortuna,
talvolta - ricordo - inseguendo una covata di pigolanti pulcini,
o nell'orto che si estendeva fino alla linea ferroviaria e da dove,
a tratti, uscivano i lamentosi grugniti di un maiale. Penso non
frequentasse l'asilo, almeno nel periodo che ricordo. Checchi era
l'opposto del fratello. Scuro di carnagione e di capelli, un po'
scarso d'altezza, occhi neri espressivi, amabilmente estroverso.
Eravamo molto amici io e Checchi; lo giudicavo intelligente, leale,
un po' sognatore e avido di conoscenze. A scuola, quando dopo la
requisizione militare per motivi bellici vennero trovate per gli
scolari delle aule di fortuna, era diligente, attento e traeva molto
profitto. Era anche d'animo generoso e rispettoso verso tutti, e
da tutti benvoluto. Data l'età, tuttavia, non poteva essere giustamente
in grado di discernere se una determinata cosa fosse bene compierla
o meno. Un esempio: quando dopo le nostre gioiose scorribande attraverso
campi o lungo le rive del Corno e dell'Ausa lo incitavo a seguirmi
nel sottrarre dall'orto-giardino della contessa Vucetic qualche
frutto, vi aderiva, partecipando con gioiosa prontezza senza minimamente
pensare a possibili negative conseguenze. Certo, allora, io non
ero più riflessivo di lui. La contessa Vucetic, dalla figura molto
alta, magra, austera nel portamento, ma dolce nel tratto, il cui
marito poco prima dello scoppio della guerra se n'era andato a Vienna,
era in buona amicizia con mia madre per l'opera meritoria da entrambe
svolta presso i diversi ospedaletti militari. Il fatto curioso è
che la nobildonna aveva permesso a me e a mio cugino Antonio di
entrare liberamente nel parco dove, retrostante al palazzo, v'era
l'orto-giardino che riceveva le attente cure della fedele "turchetta"
(una ragazza piuttosto piccola dalla pelle scura) e la presunta
salvaguardia del sempre sonnacchioso "San Bernardo". Lo "zio" Enea,
era al fronte, sul Carso. Si seppe che era stato ferito, ma in modo
non grave. lo, decenne, non potevo interessarmi ai fatti di guerra
se non per quanto potevano soddisfare la mia curiosità ed i miei
infantili interessi. Con la rotta di Caporetto e l'esodo da San
Giorgio mi divisi da Checchi. Ci rivedemmo soltanto nel 1920 a Pirano
in Istria dove, causa la natura instabile di mio padre, noi Volpat
andammo ad abitare. Checchi, "ospitato" a bordo del trabaccolo "Nuova
Provvidenza" di mio zio Gilberto Pascolutti, fungeva volontariamente
da "more", ossia da mozzo di bordo. In effetti Checchi, gran sognatore,
amava il mare perché navigando lo avrebbe portato a conoscere nuovi
lidi ed altri popoli. Queste le sue aspirazioni, sempre sognate.
Purtroppo i suoi sogni e le fantasie di cui amava alimentarsi si
infransero proprio nella città di Tartini verso la fine del 1922.
Una mai chiarita fulminea malattia troncò la sua giovane vita. lo
soffersi per la sua perdita perché sentivo per lui un grande trasporto.
Gli volevo veramente bene sapendo di essere ricambiato. Nel cimitero,
situato in alto del colle dal quale la chiesa di S. Giorgio sovrasta
la città con il suo porticciuolo, il caro Checchi precedette di
poco mia madre la cui morte avvenuta a soli 41 anni mi lasciò durante
tutta la mia giovinezza un profondo sconforto non scevro da un senso
di colpa per non averla amata di più in vita. Prima di quel doloroso
evento lo zio Enea, incostante e di carattere volubile, refrattario
a certe regole e disinibito per quanto concerne i doveri che incombono
su chi li ha assunti, aveva abbandonato tutti recandosi prima in
Francia e quindi a Gibuti, la capitale della colonia francese sul
golfo di Aden. Per quali strani motivi si fosse allontanato dall'Italia,
pur amata, per recarsi così lontano, resta un mistero! E dire che,
seppure un po' strano, era tuttavia stato ritenuto uomo refrattario
ad ogni soluzione di comodo e del tutto alieno da ogni compromesso
con la sua dirittura morale. Anzi, era capace anche - a seconda
dell'estro - di empiti di generosa effusione e forte attaccamento.
L'insondabilità dell'animo preclude ogni giudizio. Una cosa d'altro
lato era certa: aveva compiuto con onore il suo dovere di soldato
dimostrando sentimenti di vero patriottismo; direi, anzi, che Enea
Muschietti era più amante della patria che di altri legami. Invero,
come dirò più avanti, non si tratta di abbandono familiare, ma di
temporaneo distacco. Si venne a sapere che a Gibuti era impiegato
presso la società che gestisce la ferrovia che unisce Gibuti ad
Addis Abeba. Nulla di più preciso che lo riguardasse. Ecco, questo
è l'antefatto di quanto racconto, che io ricordo con estrema lucidità
come non fossero trascorsi più anni e le distanze, a motivo del
progresso tecnico, non si fossero quasi del tutto annullate, oggi
a fine secolo ventesimo. All'inizio del 1923, sedicenne, venni arruolato
nella Regia Marina per interessamento dell'ammiraglio Ciro Canciani
e nel 1924, a novembre, dopo un anno trascorso alle Scuole del Varignano
(La Spezia) e di Messina, oltre a brevi imbarchi su navi leggere,
mi ritrovai come passeggero sulla R. Nave Campania, "vecchio ferro
da stiro" come veniva chiamata dall'equipaggio, azionata a carbone.
Facevo parte di una Commissione, destinata a rilevare dagli inglesi
il centro radio di Chisimaio nell'Oltregiuba. Ciò, anche tardivamente,
a seguito degli accordi stabiliti con il trattato italo-inglese
del 1915 per la nostra entrata in guerra a fianco dell'Intesa. A
bordo appresi con piacere che la nave, dopo Hodeida nello Yemen
(scalo dove venne caricato un certo numero di agnelli e pecore barattate
con fucili), avrebbe fatto sosta anche per caricamento carbone a
Gibuti. Avrei così avuto modo di rivedere lo zio Enea, appagando
la mia curiosità di sapere cosa faceva e come viveva in terra d'Africa.
lo avevo perso ogni contatto con San Giorgio e nulla sapevo dei
miei lontani parenti. Peccato perché avrei potuto dargli notizie
sul loro stato. Così, sbagliando, avevo pensato. Ecco la Campania,
lasciando il Mar Rosso, entrare nell'Oceano Indiano, nel Golfo di
Aden e quindi nella vasta insenatura dov'è la colonia francese dei
Somali. Alle prime ore del mattino, con cielo sereno malgrado fossimo
nella stagione delle piogge, periodo in cui si nutre la terra sitibonda,
la nave entra nella rada e quindi nel porto di Gibuti. Vista da
distante la città, con le sue case bianche e ocra e, lontano, più
accentuata, la linea di colline piatte, brulle, striate di color
grigio scuro, appare più estesa di quanto non sia in realtà. La
nave attracca ad una banchina con la poppa dalla cui asta pende,
floscio, il tricolore d'Italia. V'è parecchia gente - bianca e nera
- convenuta sul molo nonostante l'ora mattutina, segno che si sapeva
che una nave italiana sarebbe giunta colà. Quando, espletate tutte
le formalità di rito con le locali autorità marittime, ottenni il
permesso di scendere a terra, girai lo sguardo attorno presentendo
che lo zio Enea sarebbe stato tra gli astanti. Decisi di rivolgermi
a qualcuno. "Eccolo là, quello alto e grosso vestito in bianco"
mi indicò con ostentata compiacenza il poliziotto francese. Mi diressi
stranito ed alquanto emozionato verso lo zio che non ricordavo più
fisicamente. Mi presentai come ad un superiore. Sulle prime parve
non comprendere, indugiando nell'osservarmi; poi il suo volto rubicondo
divenne paonazzo e i folti mustacchi neri letteralmente gli si drizzarono.
E dalla incredulità del primo momento passò subitaneo alla gioia
più sfrenata. Mi avvidi allora che lo zio era un uomo alquanto singolare,
direi stravagante. Non mi lasciava proferire parola, diceva tutto
lui; ad ogni sua domanda - ed era un profluvio di parole - tentavo
di replicare, ma egli mi precedeva fabbricandosi colorite risposte.
Non avevo mai incontrato un uomo tanto effusivo e dal parlare così
fluido e fiorito. Pensavo che le persone da molto tempo risiedenti
in colonia diventassero taciturne e introverse, ma mi avvedevo che
dovevano esserci delle eccezioni. Gli ero capitato inaspettatamente
da migliaia di miglia di distanza e a quel tempo (voglio ricordare
che siamo nel 1924) compiere un viaggio così lungo, soltanto via
mare, non era né comune né agevole. Rimasi sbalordito da una notizia
che, peraltro, mi procurò immensa gioia: Mariute e Umberto erano
a Gibuti da quasi un anno. Per alcuni istanti il mio pensiero si
fissò su quella notizia creando lontane immagini, mentre lo zio
mi aveva detto la cosa nel modo più naturale ed era, a ben considerare
il fatto, logico che così fosse. Dirigendoci verso casa (una sorta
di baraccone nella zona della ferrovia); lo zio, garrulo e gioioso,
io osservavo l'ambiente e le persone: qualcuna salutava con un gesto
della mano ma con somma indifferenza. L'accoglienza di Mariute non
è cosa da poter descrivere. Per un momento, non riconoscendomi,
parve solo stupita. Poi s'illuminò con un sorriso che a me parve
di tristezza; forse per un attimo credette d'essere nella sua San
Giorgio. Constatai che era molto mutata da quando l'ultima volta
la vidi a Pirano al funerale del figlio Checchi. Dalla floridezza
d'allora pur colpita dal dolore materno, ora appariva smunta, grigia,
molto deperita come fosse preda di una grave malattia. Ed era così.
Il suo declino fisico era d'altronde accompagnato da quello morale.
Gibuti, non molto tempo dopo, le sarebbe stato fatale. Con me si
sforzò d'essere espansiva e di apparire giuliva, cosa che invece
non avvenne con Umberto che non dimostrò né soverchia sorpresa né
grande interesse per me, che forse vagamente ricordava. Prima di
parlare dell'abitazione dei Muschietti desidero ricordare che l'esigua
collettività accolse la Campania con viva gioia, espressa in varie
forme. Lo zio Enea poi, in fatto di patriottismo non era secondo
ad alcuno. E per questo come accennò in seguito, non aveva raggiunto
i vertici della carriera presso l'amministrazione della ferrovia
franco-abissina benché non gli mancassero segni di apprezzamento
per le sue capacità tecniche e non facesse per lui difetto la stima
per la sua dirittura morale. Casa Muschietti: ricca di trofei, scudi,
scimitarre e altre cose africane. Ridondante altresì di quadri di
scarso o poco valore artistico, ma tutti ispirati al nostro Risorgimento
o riproducenti i nostri grandi. Indubbiamente un bell'esempio di
costante fedeltà alla lontana terra natia. Mentre Mariute, cessato
il momento di effusione cadeva in una sorta di mutismo ed estraneità,
lo zio diveniva sempre più loquace. Continuava a ripetere che mai
e poi mai si sarebbe atteso la mia visita e che la presenza a Gibuti
di una nave italiana lo rendeva felice da morire. Le iperbole erano
a getto continuo. Ad un certo momento fui indotto a chiedergli:
"Dimmi zio, come fai tu, con i tuoi sentimenti e ideali a vivere
qui, in questo ambiente non certo favorevole agli italiani?". "Ecco,
vedi - rispose, e il tono della voce si normalizzò - se io fossi
in Italia sarei un comune cittadino e il mio amor di patria non
avrebbe né ragione né modo di manifestarsi poiché, almeno sul piano
teorico, sarebbe condiviso da quasi tutti. Qui invece io provo grande
soddisfazione nel difendere ed esaltare la mia patria; ed è per
l'appunto in questo ambiente ostico che il mio sentimento trova
sempre l'alimento che lo acuisce e talvolta lo esaspera. Ed io ne
sono felice perché mi sembra d'essere ancora sul Carso a difendere
la veneta terra dei miei avi. Dei pochi italiani qui residenti,
alcuni, all'occorrenza, si piegano più del necessario, talvolta
indecorosamente alle autorità francesi". "Cosicché, caro zio - dovetti
convenire - tu saresti un apostolo della Patria (oggi, dopo 73 anni
e molti lieti e tristi avvenimenti, simile linguaggio farebbe sorridere
le giovani generazioni) in questo lembo di terra africana". Ne dedussi
che italiani siffatti, lungi dal costituire delle forze avulse dalla
madrepatria, sono coloro che maggiormente la onorano e, tanto più,
quanto sanno farsi valere sul piano del lavoro e della dirittura
morale. Soltanto lontano dall'Italia, infatti, in mezzo a gente
estranea e diversa, si avverte quell'indefinibile sentimento misto
di nostalgia e di orgoglio che ci riavvicina alla gente della nostra
etnia e ci fa apprezzare di più la nostra patria. Mi resi conto
di come la famiglia Muschietti vivesse in quella terra del Corno
d'Africa. Giunta l'ora che mi richiamava a bordo, abbracciai con
sincero trasporto e commozione Mariute e, con lo zio, mi avviai
al molo dove da ore stazionavano capannelli di persone, soprattutto
italiane. Accomiatandomi dallo zio, in modo acconcio, gli manifestai
i miei timori per Mariute. Salii a bordo salutando - forse per effetto
di quanto sentivo nell'animo - con maggiore convinto sentimento
la bandiera. Lo zio rimase a guardare la nave mentre si svolgevano
le operazioni di distacco. Per tutti gli italiani di Gibuti la nostra
nave era l'Italia e l'intenso sguardo dei più era a tratti fisso
alla bandiera che dell'Italia era il simbolo. Si sollevarono acclamazioni
d'addio e lo zio Enea vi primeggiava, sovrastando con la sua poderosa
figura chi lo attorniava. E, mentre le salve d'uso rintronavano
cupe con un eco lontana tra lo stridio dei gabbiani svolazzanti
in ogni direzione e la nave iniziava il movimento, egli, ben visibile
da bordo, continuava ad agitare il casco, alto sopra la testa, sempre
più lentamente come se la Patria, visibile nella sua mente, si smaterializzasse
e scomparisse del tutto per lasciare soltanto l'infinità del cielo
e la distesa immensa dell'elemento mare. Per lui infatti quel lembo
di Patria scomparve d'un subito, senza ch'egli, forse, un giorno
di una decina d'anni più tardi avesse avuta la gioia di rivedere
il tricolore piantato, sia pure in modo effimero, dai nostri soldati
proprio ai margini di quella terra per lui avara di tutto fuorché
di appassionata struggente nostalgia. Il tempo che seguì mi estraneò
dalla triste vicenda di quel tardo novembre del 1924, e nulla più
venni a sapere della famiglia Muschietti. La vita, con il suo altalenare
di sprazzi di luce e di foschi riverberi, distolse dalla mia mente
il ricordo di quei lontani parenti, ricordo che era ricordo vivissimo
nella mia mente.
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