GLI ANNUARI DELL'ASSOCIAZIONE
  2003 2002
La famiglia Muschietti
di Rudi Volpat
ANNO
1996

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Penso non vi sia alcuno a San Giorgio, ancorché carico d'anni come me, che abbia memoria della famiglia Muschietti, la quale, agli inizi del secolo, dimorava nella casa retrostante a quella definita - chissà perché - "palazzina", prospiciente la via Lovar. Questa era abitata dai miei nonni Pascolutti e, dal gennaio del 1915, a causa dell'incombente aria di guerra, da noi Volpat, provenienti da Trieste, con esclusione di mio padre. Il capo famiglia dei Muschietti, Enea, da me visto a San Giorgio si e no tre quattro volte, è il protagonista principale di questi miei antichi aggrovigliati ricordi. Desidero premettere che in un breve arco di tempo la famiglia Muschietti scomparve da San Giorgio senza lasciare di sé traccia alcuna; almeno per quanto m'è dato sapere. Come parente e con discreta memoria posso ricordare, almeno in parte, le vicende che la portarono al dissolvimento. Con questo intento penso di fare cosa non inutile in quanto tali vicende, non proprio comuni seppure naturali, possono suscitare qualche interesse in coloro che della storia civica di San Giorgio sono cultori o comunque solo curiosi di conoscere le umane vicende di talune famiglie cresciute o insediatesi in paese quando esso, pur non privo di talune peculiarità, non poteva certo essere definito come luogo all'avanguardia per i progressi del tempo. In dipendenza della guerra 1915-18 San Giorgio divenne improvvisamente località molto importante stante i vari insediamenti di carattere militare in esso subitamente sorti. Da ricordare in particolare la cosiddetta Università castrense per allievi ufficiali medici, il vasto parco del Genio, gli ospedali da campo a sovrintendere i quali vi era la Duchessa d'Aosta consorte del comandante la 3a Armata (era ospitata presso la famiglia Canciani a Villa Dora). Da non trascurare poi l'importanza della sua posizione e, soprattutto, del suo nodo ferroviario. Ma il parlarne più a lungo ci porterebbe fuori della storia che mi sono prefisso di raccontare. Allo scoppio della guerra, quando il suo capo, richiamato, partì per il fronte, la famiglia Muschietti era composta da Maria (Mariute) Pascolutti, cugina di mia madre e dai figli Francesco (Checchi) e Umberto. Cosa fosse e cosa allora facesse Enea l'ho sempre ignorato. Sapevo soltanto ch'egli apparteneva ad una nobile famiglia di Portogruaro e che nei primi anni del secolo, forse per puro caso, aveva conosciuto e s'era infiammato d'amore per la bionda attraente Mariute portandola in breve tempo all'altare. Ebbero, come sopra detto, due figli: Checchi che aveva la mia età e del quale dirò più avanti e Umberto d'un paio d'anni più giovane. Questi, al tempo cui mi riferisco, era un bimbo quieto, poco espansivo, paffuto e roseo, dai capelli biondi ricciuti. Amava trastullarsi solingo con giocattoli di fortuna, talvolta - ricordo - inseguendo una covata di pigolanti pulcini, o nell'orto che si estendeva fino alla linea ferroviaria e da dove, a tratti, uscivano i lamentosi grugniti di un maiale. Penso non frequentasse l'asilo, almeno nel periodo che ricordo. Checchi era l'opposto del fratello. Scuro di carnagione e di capelli, un po' scarso d'altezza, occhi neri espressivi, amabilmente estroverso. Eravamo molto amici io e Checchi; lo giudicavo intelligente, leale, un po' sognatore e avido di conoscenze. A scuola, quando dopo la requisizione militare per motivi bellici vennero trovate per gli scolari delle aule di fortuna, era diligente, attento e traeva molto profitto. Era anche d'animo generoso e rispettoso verso tutti, e da tutti benvoluto. Data l'età, tuttavia, non poteva essere giustamente in grado di discernere se una determinata cosa fosse bene compierla o meno. Un esempio: quando dopo le nostre gioiose scorribande attraverso campi o lungo le rive del Corno e dell'Ausa lo incitavo a seguirmi nel sottrarre dall'orto-giardino della contessa Vucetic qualche frutto, vi aderiva, partecipando con gioiosa prontezza senza minimamente pensare a possibili negative conseguenze. Certo, allora, io non ero più riflessivo di lui. La contessa Vucetic, dalla figura molto alta, magra, austera nel portamento, ma dolce nel tratto, il cui marito poco prima dello scoppio della guerra se n'era andato a Vienna, era in buona amicizia con mia madre per l'opera meritoria da entrambe svolta presso i diversi ospedaletti militari. Il fatto curioso è che la nobildonna aveva permesso a me e a mio cugino Antonio di entrare liberamente nel parco dove, retrostante al palazzo, v'era l'orto-giardino che riceveva le attente cure della fedele "turchetta" (una ragazza piuttosto piccola dalla pelle scura) e la presunta salvaguardia del sempre sonnacchioso "San Bernardo". Lo "zio" Enea, era al fronte, sul Carso. Si seppe che era stato ferito, ma in modo non grave. lo, decenne, non potevo interessarmi ai fatti di guerra se non per quanto potevano soddisfare la mia curiosità ed i miei infantili interessi. Con la rotta di Caporetto e l'esodo da San Giorgio mi divisi da Checchi. Ci rivedemmo soltanto nel 1920 a Pirano in Istria dove, causa la natura instabile di mio padre, noi Volpat andammo ad abitare. Checchi, "ospitato" a bordo del trabaccolo "Nuova Provvidenza" di mio zio Gilberto Pascolutti, fungeva volontariamente da "more", ossia da mozzo di bordo. In effetti Checchi, gran sognatore, amava il mare perché navigando lo avrebbe portato a conoscere nuovi lidi ed altri popoli. Queste le sue aspirazioni, sempre sognate. Purtroppo i suoi sogni e le fantasie di cui amava alimentarsi si infransero proprio nella città di Tartini verso la fine del 1922. Una mai chiarita fulminea malattia troncò la sua giovane vita. lo soffersi per la sua perdita perché sentivo per lui un grande trasporto. Gli volevo veramente bene sapendo di essere ricambiato. Nel cimitero, situato in alto del colle dal quale la chiesa di S. Giorgio sovrasta la città con il suo porticciuolo, il caro Checchi precedette di poco mia madre la cui morte avvenuta a soli 41 anni mi lasciò durante tutta la mia giovinezza un profondo sconforto non scevro da un senso di colpa per non averla amata di più in vita. Prima di quel doloroso evento lo zio Enea, incostante e di carattere volubile, refrattario a certe regole e disinibito per quanto concerne i doveri che incombono su chi li ha assunti, aveva abbandonato tutti recandosi prima in Francia e quindi a Gibuti, la capitale della colonia francese sul golfo di Aden. Per quali strani motivi si fosse allontanato dall'Italia, pur amata, per recarsi così lontano, resta un mistero! E dire che, seppure un po' strano, era tuttavia stato ritenuto uomo refrattario ad ogni soluzione di comodo e del tutto alieno da ogni compromesso con la sua dirittura morale. Anzi, era capace anche - a seconda dell'estro - di empiti di generosa effusione e forte attaccamento. L'insondabilità dell'animo preclude ogni giudizio. Una cosa d'altro lato era certa: aveva compiuto con onore il suo dovere di soldato dimostrando sentimenti di vero patriottismo; direi, anzi, che Enea Muschietti era più amante della patria che di altri legami. Invero, come dirò più avanti, non si tratta di abbandono familiare, ma di temporaneo distacco. Si venne a sapere che a Gibuti era impiegato presso la società che gestisce la ferrovia che unisce Gibuti ad Addis Abeba. Nulla di più preciso che lo riguardasse. Ecco, questo è l'antefatto di quanto racconto, che io ricordo con estrema lucidità come non fossero trascorsi più anni e le distanze, a motivo del progresso tecnico, non si fossero quasi del tutto annullate, oggi a fine secolo ventesimo. All'inizio del 1923, sedicenne, venni arruolato nella Regia Marina per interessamento dell'ammiraglio Ciro Canciani e nel 1924, a novembre, dopo un anno trascorso alle Scuole del Varignano (La Spezia) e di Messina, oltre a brevi imbarchi su navi leggere, mi ritrovai come passeggero sulla R. Nave Campania, "vecchio ferro da stiro" come veniva chiamata dall'equipaggio, azionata a carbone. Facevo parte di una Commissione, destinata a rilevare dagli inglesi il centro radio di Chisimaio nell'Oltregiuba. Ciò, anche tardivamente, a seguito degli accordi stabiliti con il trattato italo-inglese del 1915 per la nostra entrata in guerra a fianco dell'Intesa. A bordo appresi con piacere che la nave, dopo Hodeida nello Yemen (scalo dove venne caricato un certo numero di agnelli e pecore barattate con fucili), avrebbe fatto sosta anche per caricamento carbone a Gibuti. Avrei così avuto modo di rivedere lo zio Enea, appagando la mia curiosità di sapere cosa faceva e come viveva in terra d'Africa. lo avevo perso ogni contatto con San Giorgio e nulla sapevo dei miei lontani parenti. Peccato perché avrei potuto dargli notizie sul loro stato. Così, sbagliando, avevo pensato. Ecco la Campania, lasciando il Mar Rosso, entrare nell'Oceano Indiano, nel Golfo di Aden e quindi nella vasta insenatura dov'è la colonia francese dei Somali. Alle prime ore del mattino, con cielo sereno malgrado fossimo nella stagione delle piogge, periodo in cui si nutre la terra sitibonda, la nave entra nella rada e quindi nel porto di Gibuti. Vista da distante la città, con le sue case bianche e ocra e, lontano, più accentuata, la linea di colline piatte, brulle, striate di color grigio scuro, appare più estesa di quanto non sia in realtà. La nave attracca ad una banchina con la poppa dalla cui asta pende, floscio, il tricolore d'Italia. V'è parecchia gente - bianca e nera - convenuta sul molo nonostante l'ora mattutina, segno che si sapeva che una nave italiana sarebbe giunta colà. Quando, espletate tutte le formalità di rito con le locali autorità marittime, ottenni il permesso di scendere a terra, girai lo sguardo attorno presentendo che lo zio Enea sarebbe stato tra gli astanti. Decisi di rivolgermi a qualcuno. "Eccolo là, quello alto e grosso vestito in bianco" mi indicò con ostentata compiacenza il poliziotto francese. Mi diressi stranito ed alquanto emozionato verso lo zio che non ricordavo più fisicamente. Mi presentai come ad un superiore. Sulle prime parve non comprendere, indugiando nell'osservarmi; poi il suo volto rubicondo divenne paonazzo e i folti mustacchi neri letteralmente gli si drizzarono. E dalla incredulità del primo momento passò subitaneo alla gioia più sfrenata. Mi avvidi allora che lo zio era un uomo alquanto singolare, direi stravagante. Non mi lasciava proferire parola, diceva tutto lui; ad ogni sua domanda - ed era un profluvio di parole - tentavo di replicare, ma egli mi precedeva fabbricandosi colorite risposte. Non avevo mai incontrato un uomo tanto effusivo e dal parlare così fluido e fiorito. Pensavo che le persone da molto tempo risiedenti in colonia diventassero taciturne e introverse, ma mi avvedevo che dovevano esserci delle eccezioni. Gli ero capitato inaspettatamente da migliaia di miglia di distanza e a quel tempo (voglio ricordare che siamo nel 1924) compiere un viaggio così lungo, soltanto via mare, non era né comune né agevole. Rimasi sbalordito da una notizia che, peraltro, mi procurò immensa gioia: Mariute e Umberto erano a Gibuti da quasi un anno. Per alcuni istanti il mio pensiero si fissò su quella notizia creando lontane immagini, mentre lo zio mi aveva detto la cosa nel modo più naturale ed era, a ben considerare il fatto, logico che così fosse. Dirigendoci verso casa (una sorta di baraccone nella zona della ferrovia); lo zio, garrulo e gioioso, io osservavo l'ambiente e le persone: qualcuna salutava con un gesto della mano ma con somma indifferenza. L'accoglienza di Mariute non è cosa da poter descrivere. Per un momento, non riconoscendomi, parve solo stupita. Poi s'illuminò con un sorriso che a me parve di tristezza; forse per un attimo credette d'essere nella sua San Giorgio. Constatai che era molto mutata da quando l'ultima volta la vidi a Pirano al funerale del figlio Checchi. Dalla floridezza d'allora pur colpita dal dolore materno, ora appariva smunta, grigia, molto deperita come fosse preda di una grave malattia. Ed era così. Il suo declino fisico era d'altronde accompagnato da quello morale. Gibuti, non molto tempo dopo, le sarebbe stato fatale. Con me si sforzò d'essere espansiva e di apparire giuliva, cosa che invece non avvenne con Umberto che non dimostrò né soverchia sorpresa né grande interesse per me, che forse vagamente ricordava. Prima di parlare dell'abitazione dei Muschietti desidero ricordare che l'esigua collettività accolse la Campania con viva gioia, espressa in varie forme. Lo zio Enea poi, in fatto di patriottismo non era secondo ad alcuno. E per questo come accennò in seguito, non aveva raggiunto i vertici della carriera presso l'amministrazione della ferrovia franco-abissina benché non gli mancassero segni di apprezzamento per le sue capacità tecniche e non facesse per lui difetto la stima per la sua dirittura morale. Casa Muschietti: ricca di trofei, scudi, scimitarre e altre cose africane. Ridondante altresì di quadri di scarso o poco valore artistico, ma tutti ispirati al nostro Risorgimento o riproducenti i nostri grandi. Indubbiamente un bell'esempio di costante fedeltà alla lontana terra natia. Mentre Mariute, cessato il momento di effusione cadeva in una sorta di mutismo ed estraneità, lo zio diveniva sempre più loquace. Continuava a ripetere che mai e poi mai si sarebbe atteso la mia visita e che la presenza a Gibuti di una nave italiana lo rendeva felice da morire. Le iperbole erano a getto continuo. Ad un certo momento fui indotto a chiedergli: "Dimmi zio, come fai tu, con i tuoi sentimenti e ideali a vivere qui, in questo ambiente non certo favorevole agli italiani?". "Ecco, vedi - rispose, e il tono della voce si normalizzò - se io fossi in Italia sarei un comune cittadino e il mio amor di patria non avrebbe né ragione né modo di manifestarsi poiché, almeno sul piano teorico, sarebbe condiviso da quasi tutti. Qui invece io provo grande soddisfazione nel difendere ed esaltare la mia patria; ed è per l'appunto in questo ambiente ostico che il mio sentimento trova sempre l'alimento che lo acuisce e talvolta lo esaspera. Ed io ne sono felice perché mi sembra d'essere ancora sul Carso a difendere la veneta terra dei miei avi. Dei pochi italiani qui residenti, alcuni, all'occorrenza, si piegano più del necessario, talvolta indecorosamente alle autorità francesi". "Cosicché, caro zio - dovetti convenire - tu saresti un apostolo della Patria (oggi, dopo 73 anni e molti lieti e tristi avvenimenti, simile linguaggio farebbe sorridere le giovani generazioni) in questo lembo di terra africana". Ne dedussi che italiani siffatti, lungi dal costituire delle forze avulse dalla madrepatria, sono coloro che maggiormente la onorano e, tanto più, quanto sanno farsi valere sul piano del lavoro e della dirittura morale. Soltanto lontano dall'Italia, infatti, in mezzo a gente estranea e diversa, si avverte quell'indefinibile sentimento misto di nostalgia e di orgoglio che ci riavvicina alla gente della nostra etnia e ci fa apprezzare di più la nostra patria. Mi resi conto di come la famiglia Muschietti vivesse in quella terra del Corno d'Africa. Giunta l'ora che mi richiamava a bordo, abbracciai con sincero trasporto e commozione Mariute e, con lo zio, mi avviai al molo dove da ore stazionavano capannelli di persone, soprattutto italiane. Accomiatandomi dallo zio, in modo acconcio, gli manifestai i miei timori per Mariute. Salii a bordo salutando - forse per effetto di quanto sentivo nell'animo - con maggiore convinto sentimento la bandiera. Lo zio rimase a guardare la nave mentre si svolgevano le operazioni di distacco. Per tutti gli italiani di Gibuti la nostra nave era l'Italia e l'intenso sguardo dei più era a tratti fisso alla bandiera che dell'Italia era il simbolo. Si sollevarono acclamazioni d'addio e lo zio Enea vi primeggiava, sovrastando con la sua poderosa figura chi lo attorniava. E, mentre le salve d'uso rintronavano cupe con un eco lontana tra lo stridio dei gabbiani svolazzanti in ogni direzione e la nave iniziava il movimento, egli, ben visibile da bordo, continuava ad agitare il casco, alto sopra la testa, sempre più lentamente come se la Patria, visibile nella sua mente, si smaterializzasse e scomparisse del tutto per lasciare soltanto l'infinità del cielo e la distesa immensa dell'elemento mare. Per lui infatti quel lembo di Patria scomparve d'un subito, senza ch'egli, forse, un giorno di una decina d'anni più tardi avesse avuta la gioia di rivedere il tricolore piantato, sia pure in modo effimero, dai nostri soldati proprio ai margini di quella terra per lui avara di tutto fuorché di appassionata struggente nostalgia. Il tempo che seguì mi estraneò dalla triste vicenda di quel tardo novembre del 1924, e nulla più venni a sapere della famiglia Muschietti. La vita, con il suo altalenare di sprazzi di luce e di foschi riverberi, distolse dalla mia mente il ricordo di quei lontani parenti, ricordo che era ricordo vivissimo nella mia mente.