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ANNO
1995
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Caporetto! Una località entrata nella storia e nella terminologia
letterale (1). Nella La guerra mondiale fu teatro di una "disfatta"
per l'esercito italiano e di un capolavoro di strategia militare
per gli austriaci vittoriosi capeggiati dal generale prussiano Otto
von Below (1857-1944). Tra qualche mese ricorrerà l'ottantesimo
(1917/1997), ed è sin troppo facile intuire quante mostre e nuovi
contributi critici siano in cantiere.
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Foto degli operatori del Kriegspressequartier
scattata a
Torre di Zuino il 15.11.1917
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Cervignano il 22.11.1917
Si recupera un aereo Italiano
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Non volendo essere da meno, presentiamo un servizio a ricordo di
questo drammatico avvenimento, rivolto al Sangiorgino. In un periodo
che va dal 24 ottobre al 10 novembre del 1917 l'Esercito italiano
perse, sul campo di battaglia, 650.000 uomini su un milione e mezzo
di combattenti e 3.000 cannoni. La sera del 26 ottobre gli a.u.
conquistarono il Matajur; il 27 ottobre Cividale, Remanzacco ed
altre località friulane. Contemporaneamente le autorità militari-a.u.
affermavano, con una certa cognizione di causa: "È proprio davanti,
in testa, che meno si patisce la fame...". Il 25 ottobre del 1917
San Giorgio di Nogaro assieme a Latisana, Villa Vicentina, Cervignano
ed altre località subirono un bombardamento aereo da parte degli
austriaci che provocò incendi, scoppi e vittime (2). La gente si
diede alla fuga. Il disordine era totale. Alcuni dei civili rimasti
e gruppi di militari sbandati, italiani e austroungarici approfittarono
del trambusto generale per darsi a saccheggi e ruberie. Ai lati
delle strade che portavano a Latisana erano stati abbandonati una
serie interminabile di carri ed automezzi fuori uso, materiale militare
e rifiuti di ogni genere. Il cielo era cosi cupo che sembrava essere
giunto il giorno del giudizio universale, mentre uno dopo l'altro
tutti i ponti sui fiumi e sui corsi d'acqua venivano fatti saltare.
Gli imperi centrali e le loro armate erano ormai alla fame e lo
sfondamento di Caporetto dava loro l'occasione di far man bassa
dei depositi alimentari italiani e di illudersi della vittoria finale.
La piena del Torre aveva trattenuto a lungo le truppe a.u. Quattro
divisioni, riuscirono infine ad attraversare, una dietro l'altra,
il fiume passando il ponte di Sali, caduto in mano austriaca dopo
il colpo di mano di un sottufficiale bavarese. Anche in quelle zone
gli abitanti accoglievano amichevolmente le truppe a.u., certi dell'imminente
fine della guerra. Ad ogni buon conto le armate a.u. dilagarono
nel Friuli e puntarono subito alla conquista dei ponti sul Tagliamento
(a Ragogna) a Dignano e Codroipo (epico fu l'episodio di Pozzuolo).
L'ordine di marcia vedeva quindi in secondo piano il traghetto di
San Canzian d'Isonzo (sull'Isonzo); che in linea d'aria era il più
vicino alla zona di Cervignano e San Giorgio. Ma in quale situazione
versava in questo contesto il paese di S. Giorgio di Nogaro zona
di retrovia? Presso la nota Università Castrense, inaugurata il
13.2.1916 (dal prof. Tusini di Modena, poi diventato colonello medico,
ebbero luogo dei corsi accellerati di medicina e chirurgia) per
studenti universitari (furono sfornati milleduecento medici laureati).
Erano inoltre ivi operanti otto ospedali con una degenza media di
ben millecinquecento malati provenienti dal fronte carsico. Queste
strutture continueranno a svolgere la loro indispensabile funzione
anche dopo Caporetto. S. Giorgio, aveva magazzini per il deposito
di grano e munizioni, un autoparco e alcune baracche adibite a dormitorio
per le truppe. L'asse ferroviario era fondamentale per garantire
i collegamenti con l'entroterra italiano. L'8.11.1917 Carlo I d'Austria
venne in visita al Siidwestfront, con i suoi ufficiali. L'imperatore
volle recarsi oltre che ad Aquileia, anche a San Giorgio di Nogaro,
a far visita alla emerita struttura sanitaria, in cui prestava la
sua opera di soccorso ai malati Maria Theresia di Braganza (+ 1944),
figlia di Carlo Ludovico (fratello di Francesco Giuseppe). L'anno
dell'occupazione a.u. venne vissuto nel peggior modo possibile dalla
popolazione del luogo (la situazione migliorò, ma di poco, subito
dopo la guerra). Soprattutto dopo il periodo alquanto florido passato
sotto il controllo dell'esercito italiano, i cui militari erano
ben fomiti dalle retrovie. Con gli austriaci iniziò invece a tirar
la cinghia... Gli austriaci furono alla fine (dopo un anno di guerra)
presi per... mancanza di viveri. Se c'è una cosa che funzionò a
meraviglia nel conflitto questa fu sicuramente l'embargo totale
via mare che vide protagonisti, loro malgrado, gli austriaci. La
loro squadra navale era rimasta in parte inoperosa nei rifugi della
Dalmazia e a Pola, mentre le navi avversarie presidiavano al largo.
I reduci militari a.u. friulani, dicevano spesso con tono ironico
ad amici e familiari: "Se vevin un cjar di versis a lavin sin a
Roma!". Le fonti orali ed i diari Da alcuni anni a questa parte
mi sono dedicato, con una certa costanza a raccogliere preziose
testimonianze di gente che ha vissuto in prima persona l'entrata
in guerra dell'Italia ed assistito inerme alla disfatta di Caporetto.
La zona in cui ho svolto questa atipica attività è tutta incentrata
nel mandamento di Cervignano (ex Küsteland a.u.) ed in particolare
nei Comuni di Terzo, Aquileia, Fiumicello, Villa, Ruda, Perteole,
S. Vito, Campolongo ed Aiello. Il risultato che ho conseguito si
discosta di molto dai resoconti di parte italiana, enfatizzati durante
il Ventennio e lasciati quasi inalterati in questi ultimi decenni.
Una storia sommersa. Una guerra "subita" e da nessuno auspicata,
che ha causato milioni di morti, soprattutto tra i civili. Il Küsteland
fu "redento" e "liberato" ma, visti i metodi usati, sarebbe più
esatto dire che esso fu colonizzato. Moltissimi militari italiani
stilarono diari in cui narravano le proprie esperienze. I primi
che ci vengono in mente sono quelli di: Attilio Frescura, Luigi
Gasparotto, Mario Puccini. Ma quello che forse fa più al caso nostro
è quello di don Celso Costantini (1876/1958, divenne poi cardinale)
che annotava, dopo aver lasciato in fretta la reggenza della parrocchia
di Aquileia, nel suo diario personale "Foglie secche, Roma 1948"
alcuni passi molto interessanti. Egli così illustra il suo passaggio
in queste zone: "...Quando arriviamo a Cervignano comincia ad albeggiare
e a piovere a dirotto. Oh veramente lacrimae rerum! La luce del
giorno ha qualcosa di sinistro. Le strade sono piene dell'Esercito
della Terza Armata che si ritira. I soldati sono stupiti; gli ufficiali
hanno il viso contratto. Le strade si fanno sempre più ingombre.
Carri, cannoni, autocarri, truppa a piedi, profughi: Dio mio, che
spettacolo! VERSO IL PIAVE. Eravamo non so se più angosciati o istupiditi.
Non si sapeva nulla di preciso, solo di essere travolti da una immensa
sventura. Il flusso dei soldati e della popolazione civile verso
le retrovie pareva il rigurgito di una vasta inondazione, che avesse
travolto nel suo corso devastatore persone e cose, abbattendo le
case, gli alberghi, le dighe. Alcuni soldati avevano gettato le
armi; pochi ufficiali, mescolati ai soldati, non esercitavano più
il comando. Pareva che tutta la compagine dell'esercito fosse sfasciata.
Naturalmente non era dappertutto così: vi furono magnifici episodi
di valore delle nostre truppe, specialmente della cavalleria, che
protesse la ritirata. Ricordo di aver salutato allora il Gen. Rossi,
che cadde qualche giorno appresso contrastando l'avanzata degli
Austriaci e conquistandosi, credo, la medaglia d'oro. Io non intendo
parlare della vasta tragedia di Caporetto: ma voglio solo riferire
qualche aspetto episodico di quella rotta; alla quale sono stato
mescolato come una pagliuzza travolta da una corrente vorticosa.
I depositi di materiale militare nei dintorni di Cervignano ardevano;
e, da presso e da lontano, si sentivano di quando in quando lugubri
scoppi di munizioni. I depositi militari erano stati aperti, e tutti
potevano prendere quello che volevano. Andarono a ruba pastrani
e stivali, perché il tempo continuava piovoso. La truppa non aveva
mezzi di sussistenza, e cominciò, naturalmente, a prendere dai negozi
di commestibili e pure dalle case private quello che le abbisognava.
Il concetto della proprietà privata era stato sopraffatto dalla
suprema istintiva necessità di vivere. Le strade erano coperte di
fango e i fossi andavano riempiendosi di acqua. Passato Cervignano,
una fiumana di militari, borghesi, donne e bambini, congestionata
da carriaggi militari e da trasporti civili, faceva urgenza verso
Torre di Zuino: il movimento di quando in quando si arrestava, rigurgitava,
poi riprendeva, mentre i carriaggi venivano travolti nei fossi.
La piova, trista come un pianto della natura, continuava insistente
e fastidiosa. Ricordo la sottana, tutta inzaccherata di fango, di
un cappellano militare, che era partito coi carri dall'ospedale
come si fosse trattato di un trasloco ordinario: credo che poi dovette
risolversi ad abbandonare alla loro sorte i carri per raggiungere
in tempo il Tagliamento. Nei visi si scorgevano espressioni di sbalordimento,
di tristezza ed anche di apatica indifferenza. Pesava su tutti l'incubo
di una fatalità superiore alle nostre forze. Ciascuno domandava
al vicino: - Che succede? - Ma nessuno sapeva rispondere. Si aveva
la confusa sensazione che una catastrofe aveva colpito l'esercito:
tra i soldati correvano voci stupide e incontrollate, che erano
tanto più credute quanto meno logiche: - Si va a casa... La guerra
è finita... Che vadano ora sul fronte gl'imboscati... In prossimità
di Torre di Zuino, all'altezza di un casello ferroviario, c'era
un grande ingorgo, che rendeva lento e difficile il passaggio. Capitò
tra noi un carabiniere, che mi parve esaltato. Gridò di fare largo.
Un militare (mi pare un sergente) che camminava davanti a me, fece
una spallucciata alle ingiunzioni del carabiniere; e questi gli
sparò, a bruciapelo sulla schiena, un colpo di revolver. La palla
deve aver spaccato il cuore, perché il soldato cadde riverso sulle
mie braccia. Io, aiutato da altri soldati, lo trascinai da parte
e, lo misi a sedere sul ciglio del fosso, dandogli l'assoluzione.
Egli rovesciò la testa, inerte, all'indietro, sollevò le iridi sotto
le palpebre e spalancò la bocca come per cercare aria o dire qualcosa,
e mi rimase, morto, sulle braccia. Passò un capitano e lo pregai
di ordinare ad alcuni soldati di prendere il cadavere e di trasportarlo
nel vicino casello ferroviario. E così fu fatto. La fiumana continuò
a passare indifferente a tutto ...(3). In tempi abbastanza recenti
il Comune di San Giorgio di Nogaro ha dato mandato ad alcuni collaboratori
esterni di effettuare delle interviste agli anziani del luogo(4).
Rileggendo i testi mettiamo fra virgolette alcune frasi che rientrano
nel nostro discorso e che in qualche modo rendono più attuale l'argomento.
Elena Smilzotti (cl. 1905) ricorda che quando arrivavano gli aerei
nemici: "...sul campanile di San Giorgio erano quattro soldati di
vedetta per avvertire la gente perché scappasse...". Erminia Cicutto
(cl. 1914) al loro arrivo atterrita diceva: "Mani, mami, pulamboc!".
Mamma, mamma arrivano gli aeroplani! Iolanda Pittis (cl. 1902) ricorda
invece che: "Andava a vendere castagne e mele con la madre dove
c'erano i militari italiani...". Fines Tavian (cl. 1910), dopo Caporetto,
aveva intravisto molti prigionieri russi a San Giorgio girare tra
le case per chiedere da mangiare: "Voda, voda, ja" ed orgogliosa
ricorda di aver visto Nazario Sauro con il sottomarino a San Giorgio,
Antonia Sguazzin (cl. 1911) si rifà alla sua profuganza dopo Caporetto
e Caterina Murador (cl. 1907), provata anche lei dalla fame dell'inverno
del 1917, proferiva: "Dobbiamo mangiare anche noi! Rivolgendosi
ai tedeschi affamati...". Luciano Pittis (cl. 1907) affermava, addolorato,
che i militari italiani gli uccisero il padre: "Mio padre lo hanno
ucciso nella guerra del '15, gli hanno messo il veleno nella minestra
per avere mia madre disponibile, per approfittarsi di lei...". Gemma
Monte (cl. 1909) ospite attualmente della Casa di Riposo ci dice:
"I mie fasevin i contadins (vevin ciamps in afit di Margreth). Vevin
in ta stale tre, cuatri vacis e un pùcis di piôris. Iò li partavi
fûr a pascolâ e stavin dôngie da ferade lant par Nojâr (jù pal borc
dai Roncs). Le ferovie ere cjapade di mire e nû, che stavin quasi
tacaz, a sciampavin vie cuanche bombardavin". I giornali a.u. in
lingua italiana Dopo che le truppe austroungariche si erano create
a Caporetto un varco ai danni del contingente italiano, riuscendo
a dilagare nel Friuli Orientale Küsteland nel resto del Friuli storico
e nel Veneto venne il momento del ritomo della nomeklatura locale,
del popolo "fuggiasco", di parte dei militari a.u. di lingua italiana
e dei giornalisti che avevano continuato a scrivere da Trieste sui
quotidiani L'Eco del Litorale (cattolico) e Il Lavoratore (socialista)
(5). È proprio grazie a questi ultimi che abbiamo potuto ricostruire,
passo dopo passo, il dopo "Caporetto", così come fu vissuto in queste
terre di lingua italiana, fedelissime agli Asburgo. Dalle testimonianze
dei nostri anziani abbiamo appreso come il maltempo avesse creato,
proprio in questi ultimi giorni di ottobre del 1917, un'atmosfera
sinistra, quasi da apocalisse. Agli occhi dei cronisti appariva
invece qualche giorno più tardi un: "...sole, il nostro splendido
sole friulano ci accompagna sempre, mentre la letizia interna ci
fa parere questa magnifica giornata d'autunno una di quelle suggestive
giornate di primavera, che attanagliano l'uomo alla natura e lo
fanno migliore. Incontriamo sulle vie il popolo festante sotto una
vera selva di bandiere, che si prolunga anche fuori del paese fino
a S. Vito, a Crauglio, ad Aiello, che pur essi aggiungono il loro
canto di contentezza a quello di tutto il Friuli. Donne del popolo
corrono per le strade di questo magnifico tratto della pianura friulana.
Vicino a noi passano carriaggi con un perpetuo moto rullante e di
lontano i nostri fantaccini dalle grigie monture da campo, inondati
di sole sembrano quasi recisi nel color dell'aria. E incontriamo
depositi e baraccamenti italiani ancora fumanti, incendiati nella
fuga precipitosa, colossali opere di difesa italiane destinate alla
resistenza alla Torre che corre vicina, lavoro accurato, paziente
e di mirabile solidità di quel maestro di costruzione che è l'operaio
italiano. Versa, nella sua conca è un nido di gazza nascosto fra
la vegetazione e pare che ci corra incontro per stringerci la mano
per dirci parole di gioia. Il ponte a cavallo del torrente che porta
il suo nome è nuovissimo: è stato costruito in... tre giorni...
Procedendo verso Romans ci accarezzano l'orecchio ondate di musica:
è una banda che fa concerto sulla piazza per solennizzare la giornata.
Manca però il "sindaco" Candussi e altri che hanno preceduto le
truppe italiane... Le case di Papariano sono bruciate; la casa del
podestà Dean è chiusa e pare intatta; nella villa attigua c'era
il comando e gli Uffici della Croce Rossa; è intatta per quanto
spalancata e vuota. Villa Vicentina è un interminabile vastissimo
campo di deposito di ogni genere di bottino di guerra. I depositi
sono grandiosi, il valore rappresenta milioni. Una doppia rotaia
ferroviaria facilitava il rifornimento dell'immenso e spettacoloso
campo di concentrazione di guerra. Furono aperte nuove strade da
e per l'accampamento sulle quali si incontrano i nostri contadini
friulani vestiti a festa che ritornano dalla chiesa, dove si sono
recati alle funzioni celebrate per San Carlo, giorno onomastico
di Sua Maestà. La gioia si legge nei loro occhi e il paese è imbandierato
come in tempo di pace. È qui di passaggio anche l'on. Bugatto, il
quale è entusiasticamente salutato dai suoi elettori, che gli vanno
raccontando episodi e periodi di vita vissuta durante l'occupazione
nemica. Due anni e mezzo di redenzione non hanno cambiato i cuori
della nostra brava gente, che ora solenizza oltre che la propria
liberazione anche il trionfo della propria resistenza interna, dando
libero sfogo a quanto fu forzatamente compresso in fondo al cuore
e sulle labbra. Essi guardano cogli occhi raggianti se sono richiesti
di qualche informazione. Un vecchietto, certo Rigonat da Villa,
bacia la mano all'onorevole ed esclama: Oh benedez che ses vignûz!
Dio, ze che vin patit: soi veteran dall'Austria. Ufficiali dell'automobile,
montato dall'onorevole, sono vivamente commossi a quella scena,
quando un coro entusiastico di "evviva l'Austria" esce dai petti
di questi nostri valorosi che resistettero in campo nemico... Cervignano,
quartiere generale del duca d'Aosta, non ha perduto neppure oggi
la sua impronta militaresca. I camions vi corrono in tutte le direzioni
e sulla piazza, in attesa di essere internati ci stanno una quantità
di prigionieri italiani, provenienti dal Piave. La grossa borgata
non ha sofferto molto per la guerra... Fuori di Cervignano, verso
Saciletto e dietro la stazione lungo la linea ferroviaria c'era
un gran numero di magazzini ora incendiati e guardati da sentinelle...
Saciletto non è per nulla mutato e neppure Perteole. A Campolongo
una lapide immurata sulla prima casa sulla via di Cavenzano, ti
sa dire come in quel luogo il 4 agosto 1916 un fortissimo scoppio
di polveri abbia fatte parecchie vittime borghesi e militari. La
villa Burba fu incendiata dagli italiani prima del loro sgombero...
Un fenomeno strano ho notato fra i nostri friulani: essi, cioè,
ti parlano l'italiano con un timbro romagnolo spiccatissimo...
NOTE
(1) Ora in territorio sloveno, la città vanta uno splendido museo
della guerra.
(2) Altre incursioni aeree furono compiute il: 19.5, 25.5, 14.6,
24.7, 25.7, 13.9, 14.9, 5.10.1916 e nell'anno successivo il 31.5
ed il 2.9.1917.
(3) Don Celso Costantini fu collocato ad Aquileia su interessamento
di Ugo Ojetti del Comando Supremo italiano, in sostituzione di Mons.
Giovanni Meizlik (1870/1946), internato il 27.6.1915 a Firenze,
come la maggior parte dei parroci, assieme agli esponenti cattolici
rimasti a casa e dichiarati dispensati dal servizio militare. Maggiori
delucidazioni si possono ottenere leggendo il prezioso volume "Storie
di preti isontini internati nel 1915" di Camillo Medeot, Gorizia
1969.
(4) ''LA lingua fra i denti" (a cura) Amministrazione Comunale di
San Giorgio, Udine 1995. Si è provveduto, se pur in forma frammentaria,
a raccogliere alcune testimonianze tra gli anziani. Un ulteriore
sforzo redazionale sarebbe ora necessario per raccogliere altri
preziosi dati prima che gli ultimi testimoni passino nel mondo dei
più e ci privino di elementi essenziali per ricostruire la Nostra
Storia.
(5) L'Eco del Litorale di Gorizia dd. 7.11.1917, 10.12.1917 ecc.,
Il Lavoratore di Trieste dd. 10.11.1917, 15.11.1917 ecc... 180
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