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La magìa di Edi |
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sta nel farci sognare, astraendo, come per incanto, forme e colori inediti,
dal fasciame sbiadito di barche dimenticate. Non servono più a nessuno e
pian piano morirebbero di noia o di solitudine. Fermiamoci solo un
attimo a farci raccontare come nascono, i
suoi quadri, e scopriremo un occhio attento, unito a un tocco da maestro e
una sensibilità da poeta e …….. non
è poco. La
mano di Edi è delicata e rispettosa con i suoi reperti. Li va a scovare nel
vecchio porto di Nogaro o a Marano e li
custodisce poi nella sua casa natale, adibita ora a studio – laboratorio,
come avessero bisogno di un’ulteriore stagionatura. Di quando in quando li
va a vedere, li maneggia, li studia, cercando di capire cosa potrebbero
raccontare. Schivo e titubante,
come tutti gli estrosi, mentre parla, sceglie in un’apparente disordine
creativo, quale delle sue opere mettere in luce per noi e una volta che l’ha
risvegliata la osserva con orgoglio, come se l’avesse ritrovata dopo tanto
tempo. Non resta
che assistere curiosi, ma in disparte, alle ultime battute di un dialogo, fatto di
occhiate da prospettive diverse, ombre e luci a confermare effetti voluti e cercati, una
comunicazione muta tra creatore e creatura, che sarebbe invasivo interrompere. E’ già tanto avere
avuto accesso a questo mondo incantato, affacciato sul fiume dietro la
chiesetta. E’ come entrare in una cartolina del secolo scorso, quando le
case erano a misura d’uomo, gli
uomini più bassi e gli ideali più alti. Ma
l’arte di Edi è anche di grande attualità e scherzosamente si potrebbe
definire “un superbo riciclo inventivo”, cosa c’è di meglio infatti
del trasformare materiale ingombrante e inutile in oggetti d’arte che
andranno ad abbellire e a rendere più sereni i nostri spazi e il nostro
spirito. Quel che gli preme di sottolineare soprattutto, è che si è
imposto di non snaturare mai il
materiale da cui prendono vita le sue opere, si
limita invece ad ascoltare, o
ancor meglio a far parlare queste vecchie assi, segnate dal tempo e dagli
agenti atmosferici. |
Nato e
vissuto in riva al fiume, non lontano dal punto in cui si libera dalle canne e sfocia in
laguna, questo artista sa cogliere limpronta, che lui ben conosce, della vita misera
ed epica a un tempo di chi andava per mare a guadagnare la giornata. Anche la fatica degli
uomini che hanno vissuto queste barche ha la sua parte, e ha lasciato un segno che è un
peccato perdere. Ecco
allora che possiamo centellinare con gli occhi solo minutissime
schegge delle pennellate che ogni anno a primavera, i pescatori stendevano sui fianchi
delle loro barche tirate in secca, per proteggere sì il legno dal salso ma anche per
personalizzarle. La stessa cosa avveniva per le vele, ricavate da tela di linzôl, e abbellite con disegni naif, si direbbe oggi a loro insaputa, raffiguranti il sole, la luna, e quel che suggeriva la mano, la fantasia e quel che restava del colore. A volte sulla prua comparivano degli occhi di tinta contrastante con il fondo, a scrutare il mare o forse ad avvistare i pericoli. La sera dal molo le donne, in attesa dei loro uomini e del pesce per la cena, riconoscevano da lontano prima la vela e poi la barca. Se il vento mancava si rientrava a remi e se guardiamo bene, eccolo lì ancora il segno lasciato dallo sfregare della vogata.
E
così che in unasse, che il tempo, il mare, il sale ed il vento hanno vestito di un
azzurro polvere, o di un bois-de-rose pallido pallido, la magia di Edi sa trovare per noi
un dolcissimo impossibile elefantino, la
corolla delicata di un fiore in un bouquet importante
o più semplicemente la facciata di una casa
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